Il dolore
Morte di Panariello, condannato l’amico
Era accusato di omissione di soccorso: un anno e sei mesi. Un’altra amica finisce nel mirino per falsa testimonianza
VIAREGGIO. Un anno e sei mesi di carcere, cioè due mesi in più di quanto aveva chiesto l’accusa. È la pena che il tribunale di Lucca ha inflitto a Stefano Simoncini, 38 anni, per la morte di Franco Panariello, scomparso a 50 anni nel 2011. L’imputato era accusato di omissione di soccorso per i fatti avvenuti nella notte tra il 26 e il 27 dicembre, quando il fratello dell’attore Giorgio fu trovato riverso in un’aiuola sulla Terrazza della Repubblica. Inutili i soccorsi dopo la chiamata al 118.
Il giudice Nidia Genovese ha deciso un risarcimento temporaneo di 30.000 euro, che la famiglia di Panariello - come già annunciato - devolverà in beneficenza. Il giudice ha anche inviato gli atti alla Procura perché proceda con l’accusa di falsa testimonianza nei confronti di Veronica Boschi. La Boschi era uscita dal processo patteggiando una pena di sei mesi, ed era stata risentita successivamente in tribunale come testimone. A differenza degli imputati, che possono dire il falso per tutelarsi, ai testimoni non è consentito. Il giudice, dopo aver valutato le dichiarazioni fornite in aula, ha perciò ritenuto di rimandare gli atti alla Procura.
La tragedia di Franco Panariello si è consumata in una notte di fine 2011. Secondo la ricostruzione della polizia, si trovava con tre amici quando è avvenuta la tragedia. Tutti e tre sono finiti a processo con l’accusa di omissione di soccorso: secondo quanto hanno sostenuto gli inquirenti, ma anche la famiglia, Franco avrebbe potuto essere salvato da una tempestiva chiamata al 118.
Per questi motivi sugli ultimi istanti di Franco c’è stata una battaglia processuale che ha cercato di ricostruire ogni passaggio.
Di certo c’è che Franco aveva avuto problemi di droga, ma l’associazione Movimento qualità per la vita - che lo seguiva da qualche tempo - aveva assicurato che ne era uscito. Altrettanto fuori discussione il fatto che l’uomo aveva assunto bupropione, un potente antidepressivo che, secondo alcuni esperti, è una specie di cocaina dei poveri. Ma la difesa dei tre imputati, con il supporto di alcune perizie, ha sostenuto che Franco era morto per choc anafilattico e che la sostanza assunta non c’entrava. Inoltre - ha sostenuto ancora la difesa - Franco era già morto quando sono arrivati i medici. E che quindi non era possibile salvarlo.
Dopo i patteggiamenti di due degli imputati (vedi box), ieri si è tenuta l’udienza conclusiva del processo. Con la condanna di Simoncini a un anno e sei mesi. I danni verranno liquidati in sede civile, ma come sempre avviene in questi casi è stata assegnata dal giudice una provvisionale - cioè un risarcimento temporaneo - immediatamente esecutiva di 30.000 euro. La sospensione della pena è subordinata al pagamento effettivo di tale somma. Per Veronica Boschi il giudice ha disposto la trasmissione degli atti al pubblico ministero con l’accusa di falsa testimonianza.
La parte civile, assistita dall’avvocato Cristiano Baroni, ha preannunciato che le somme liquidate a titolo di risarcimento danni verranno devolute in beneficenza alla comunità Exodus di don Antonio Mazzi ed anche al Movimento qualità per la vita, rappresentato in giudizio dall’avvocato Debora Ianniello.
Così l’avvocato difensore di Simoncini, Tiziana Pedonese, sull’eventuale appello: «Attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza, che saranno note tra trenta giorni, per decidere come impostare i passaggi successivi».
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