Sicurezza
«Reati prescritti ma condanna corretta»
La Corte d’Appello conferma il primo grado ma boccia l’ex pm Manzione: quadro delle accuse inconsistente sul piano delle prove
PIETRASANTA. I reati per i quali in primo grado c'è stata condanna sono «sussistenti, ancorché ad oggi estinti per intervenuta prescrizione». Così la Corte d'Appello di Firenze nelle motivazioni della sentenza di appello del 9 dicembre 2015 nel processo a carico di Massimo Mallegni, sindaco di Pietrasanta (oggi come all'epoca dei fatti), l’imprenditore Giuliano Baldini e l’ex comandante dei vigili Roberto Buratti.
Una sentenza che fa segnare qualche punto a favore dell'accusa (il procedimento penale fu istruito dal pm Domenico Manzione, all'epoca sostituto Procuratore a Lucca, oggi sottosegretario al ministero interno), ma toglie qualche soddisfazione anche agli imputati. Là dove si dice che il giudice di primo grado ha fatto giustizia - «affermandone l'inconsistenza sul piano probatorio» - del quadro accusatorio che «ipotizzava un massiccio intervento del sindaco sulla organizzazione della polizia municipale del Comune, al fine di favorire gli interessi economici della propria famiglia o di imprenditori comunque a lui legati». In quest' ottica - ricostruisce la sentenza - «veniva letta la rimozione della dottoressa Antonella Manzione (sorella dello stesso pm, ndr), comandante della polizia municipale del Comune di Pietrasanta, e la sua sostituzione con l'imputato Roberto Buratti. Si era ritenuta tale rimozione funzionale ad un ridimensionamento dei servizi di controllo sull'attività edilizia nel territorio comunale, tanto che si era creato, all'interno del comando di polizia municipale, un conflitto fra appartenenti al corpo "fedeli" al vecchio comandante e appartenenti al corpo che si erano invece posizionati a sostegno del sindaco e del nuovo comandante».
Se gli episodi rimasti all’attenzione della giustizia di primo grado sono - scrive la Corte - residuali, non viene comunque meno la gravità del quadro all’interno del quale sono maturati e hanno trovato compimento. A cominciare da quanto andava accadendo all’interno del Comando della polizia municipale.
La Corte d’Appello, nelle motivazioni della sentenza del dicembre scorso, entra nel merito della vicenda ha attraversato il Corpo dei vigili pietrasantini, e che ha portato alla condanna di Mallegni per abuso d'ufficio, corruzione impropria e violenza privata (tutti prescritti). Descrivendo un quadro nel quale «dal complesso delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, e della valutazione delle dichiarazioni rese in dibattimento, e quindi nel contradditorio processuale delle parti offese costituite parte civile, ed anche da testimoni non costituiti in giudizio» emerge «come all'interno del Corpo si fosse creato un sistema di relazioni assolutamente anomalo». Così che, «all'avvicendamento del comandante operato dal sindaco, atto assolutamente legittimo ed in linea con una gestione amministrativa immune da censure, si era opposto un comportamento di alcuni appartenenti alla polizia municipale di aperta ribellione». In questi casi un'amministrazione - ricorda la sentenza - interviene all'unico scopo di «riportare una normalità nei rapporti interni ad un ufficio pubblico», avendo come scopo quello della garanzia del servizio. Quello che emerge «chiaramente» nel caso-Mallegni, invece, è come «Mallegni e Buratti si fossero calati perfettamente nel clima di contrapposizione che si era creato all'interno dell'amministrazione comunale». Ma anche «come alcune delle condotte descritte nel capo di imputazione fossero state poste in essere non al fine di riportare la situazione alla normalità nell'interesse pubblico, ma al fine precipuo di affermare un propria preminenza e con finalità di "regolare i conti con i dissidenti"». Fanno da base a questa interpretazione del Tribunale di primo grado «un numero considerevole di intercettazioni telefoniche la cui chiarezza è disarmante» nel certificare «una lettura dell'intera vicenda in chiave di scontro fra diverse fazioni». Ciò fa sì che - scrive la Corte d'Appello - «nel caso in specie si sia realizzato quello sviamento dalla causa tipica nell'esercizio dei pubblici poteri che costituisce elemento tipizzante del reato di abuso d'ufficio posto a carico di Mallegni e Buratti».
La "ribellione" dei vigili urbani - la Corte intende sottolinearlo - «costituisce obiettivamente una condotta gravemente lesiva di prestigio e della funzione del sindaco legittimamente eletto. Ma questo non toglie che «l'utilizzazione di comportamenti assolutamente impropri da parte di quel sindaco e dei suoi collaboratori al fine di prevalere, in una logica di guerra tra bande, sugli antagonisti, costituisce un uso della funzione pubblica distorto rispetto ai fini per i quali questa è prevista».
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