Il Tirreno

Versilia

Quando i quercetani rapirono la “trota”

di Tiziano Baldi Galleni
Quando i quercetani rapirono la “trota”

È l’episodio più clamoroso della rivalità con Seravezza Un libro racconta le memorabili dispute di campanile

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SERAVEZZA. C'è stato un tempo in cui la rivalità tra Querceta e Seravezza era incredibile. Tra le due tifoserie delle squadre di paese non era difficile che ci scappasse anche la scazzottata. Il campanilismo di adesso - a patto che esista ancora - è altra roba. E un episodio tra tanti - raccontato oggi in un libro, “Nel nome della rosa” - è esemplare: il furto della trota di Palazzo Mediceo, avvenuto tra gli anni ’50 e ’60. Fu organizzato da un gruppo di ragazzi di Querceta che lo rinominò il “ratto della trota”. Scavalcarono il muro della corte del Mediceo e rubarono la trota - poi restituita - che si trova sopra il pozzo. Qualche giorno dopo per vendetta i seravezzini fecero sparire i batacchi delle campane della chiesa di Querceta. Era un periodo in cui i quercetani erano sempre più orgogliosi di sé, anche grazie al Palio, e l’equilibrio che aveva sempre posto i seravezzini come i “signori” del Comune si stava spostando.

L’amministrazione Neri ha voluto ricordare l’anniversario del conferimento del titolo di città con un volume: “Nel nome della rosa - Storia arte cultura economia di Seravezza e delle sue Comunità”. Lunedì 25 aprile, alle 10,30, sarà presentato alle Scuderie Granducali. E il testo, redatto a più mani e coordinato dallo studioso Costantino Paolicchi, racconta anche i dettagli di quella bravata della trota. Perché anche da lì passa la storia di Seravezza.

Ma l’elaborato parte da più lontano, dal Paleolitico. E dalle profondità dei trascorsi di Seravezza ripercorre tutte le fasi importati, dal Medioevo al Rinascimento fino al Palio dei Micci. «Questo libro - ha spiegato Costantino Paolicchi - è una promessa fatta 40 anni fa che l’amministrazione Neri ha permesso di mantenere: nel 1974, infatti, per ottenere il titolo di città scrissi insieme ad altri una relazione per dimostrare che il nostro comune meritasse tale denominazione. Questo documento, assai lacunoso allora vista la brevità dei tempi, è stato ripreso e completato 40 anni dopo, diventando così l'opera che presenteremo il 25 aprile».

Al libro ha lavorato Lorenzo Marcuccetti, ex vicesindaco di Seravezza e studioso di storia locale. Luca Garfagnini Presidente della Pro Loco, e Leopoldo Belli; l’architetto del comune di Seravezza Andrea Tenerini, il professore Giovanni Cipollini, Romeo Salvatori e William Speroni. «C'è un capitolo - prosegue Costantino Paolicchi - dedicato agli uomini che hanno onorato Seravezza, a partire dal ’500. Scultori come i Tedeschi, oppure teologi e filosofi come padre Gian Lorenzo Berti, l'esploratore Ermenegildo Frediano, o il diplomatico Luigi Angiolini presente alla corte del Buonaparte. Fino ai nostri giorni come Enrico Pea, o Leonetta Amadei, lo scultore Romano Cosci, e ultimo in ordine di tempo e ancora vivo e vegeto è Vando D’Angiolo, nativo di Azzano, che ha ancora questo amore e attaccamento per le proprie radici».

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