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gli avvocati di roberto

La difesa farà appello «Ci sono troppi dubbi»

La difesa farà appello «Ci sono troppi dubbi»

CAMAIORE. Il processo per l’omicidio di Stefano Romanini, che ieri ha visto un primo esito, non si fermerà qui. Lo sapevano tutti già prima della sentenza, che in un caso o nell’altro - assoluzione o...

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CAMAIORE. Il processo per l’omicidio di Stefano Romanini, che ieri ha visto un primo esito, non si fermerà qui. Lo sapevano tutti già prima della sentenza, che in un caso o nell’altro - assoluzione o condanna dell’unico imputato Roberto Romanini - ci sarebbe stato l’appello della parte avversa. E così sarà: l’avvocato Marco Taddei, che con Elena Libone difende Roberto, ha già annunciato appello contro il verdetto della Corte d’Assise che ha condannato all’ergastolo il suo assistito.

Gli avvocati Taddei e Libone puntano il dito «contro i dubbi che il processo non è riuscito a dissolvere. A partire dall’assenza del killer e dell’arma del delitto». Elementi tutt’altro che secondari, che non hanno però impedito alla Corte di condannare Roberto come mandante dell’omicidio.

Ci sono poi quelle che la Procura ha portato in aula come prove regine. Intanto il diario della vittima, ritrovato alcuni giorni dopo il delitto. Diario che Stefano compilava abitualmente e in cui sono contenute accuse a Roberto. «Documento non credibile - ha spiegato l’avvocato Taddei - perché Stefano Romanini parla dell’incendio alla villa della giornalista Chiara Beria d’Argentine sorvolando sul fatto di essere stato lui stesso ad appiccare il fuoco». Circostanza ammessa anche dalla vedova di Stefano, che spiegò come Stefano lo avesse fatto nel 1996 su commissione del cugino, che con la vicedirettrice dell’Espresso aveva avuto una lite di vicinato. Poi ci sono le accuse di Pio Moriconi, amico di Roberto e di Stefano, che ha rivelato in una testimonianza - tecnicamente un incidente probatorio - di essere stato avvicinato da Roberto. «Mi ha dato una pistola e mi ha detto di uccidere Stefano», il succo della sua deposizione. Ma per i legali Taddei e Libone «queste dichiarazioni non sono credibili, perché frutto della paura di essere incriminato».

Infine, il movente: i soldi. La Procura sostiene che Roberto volesse far uccidere Stefano per riscuotere la polizza sulla vita da 600.000 euro sottoscritta dall’imprenditore edile. E di cui erano beneficiari i soci della Rb escavazioni, cioè Roberto stesso e Iacopo Baroni.

In questo modo, hanno detto gli inquirenti, Roberto si sarebbe ripagato dei 200.000 euro di debito che Stefano gli aveva lasciato una volta uscito dalla Rb. «Ma come abbiamo detto più volte - spiega l’avvocato Taddei - quella polizza non poteva essere intascata una volta che Stefano fosse uscito dalla società. Cosa che ha fatto. E infatti quei soldi non sono mai stati incassati da nessuno». Entro 90 giorni ci saranno le motivazioni della sentenza dei giudici. (m.t.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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