Toscana
Caso Romanini «La giustizia? Un nuovo fiore»
Ergastolo al cugino dell’imprenditore ucciso La vedova: porterò un’orchidea sulla sua tomba
CAMAIORE. «Sono andata a letto tardi per le tante telefonate ricevute. Poi mi sono svegliata e sono andata al lavoro come sempre, nella scuola di via della Gronda a Lido. È stata la mia àncora di salvezza in questi anni. Sotto tutti i punti di vista».
Per Giuliana Pellegrini, 50 anni, quello di ieri non è stato un giorno come un altro. È stato il primo, dopo cinque anni e due mesi, in cui si è accorta di aver messo un punto sulla tragedia che l’ha colpita. L’8 febbraio del 2011 suo marito Stefano Romanini, 47 anni, è stato ucciso con nove colpi di pistola. «Non è passato poco tempo da allora, speravo che la giustizia arrivasse prima - dice Giuliana - Ma l’importante è che è arrivata. E ora porterò una nuova orchidea sulla tomba di Stefano».
Mercoledì sera, intorno alle 20, la Corte d’Assise di Lucca ha condannato all’ergastolo Roberto Romanini, 65 anni, cugino di Stefano. I giudici hanno creduto alla tesi della Procura: anche per loro Roberto ha assoldato il killer, ancora ignoto, che ha ucciso Stefano. Questione di soldi, ha spiegato il pubblico ministero Fabio Origlio nella sua requisitoria: storie di vecchi debiti e di altro denaro che poteva arrivare da una polizza di assicurazione stipulata dall’imprenditore edile quando era in vita.
«Non è stato facile tutto questo - dice Giuliana - l’omicidio, poi l’inchiesta e il processo. Non mi ha fatto piacere quello che è stato detto di Stefano. Anche se io sapevo la verità». Giuliana si riferisce ai dubbi espressi dalla difesa sulla vita condotta dalla vittima, sulla pistola che si portava appresso. «Aveva paura, e forse se la fosse portata davvero in giro sarebbe ancora vivo - dice la vedova - Per quanto riguarda vicende come l’incendio alla villa della giornalista, è stata dura raccontare prima ai poliziotti e poi in tribunale che era stato mio marito ad appiccarlo. Ma era la verità, ed era giusto che fossi io a tirarla fuori. E comunque, gli errori di una vita non fanno meritare una fine come quella di mio marito».
Dopo la sentenza, Giuliana è scoppiata in lacrime. Ha abbracciato le figlie e i familiari che le sono stati sempre accanto «e che hanno dimostrato quanto siamo testardi noi Pellegrini». Poi è uscita dall’aula di tribunale e ha pensato a una canzone di Jovanotti, “A te”. Stefano l’adorava, le figlie si erano ispirate a quei versi per la lettera di addio il giorno del funerale. «Era la nostra canzone - dice Giuliana - e a lui l’ho dedicata in quel momento».
Ora si apre un capitolo nuovo, nella vita di Giuliana e delle figlie Serena e Stella. «Non so se cambierà qualcosa, se riusciremo davvero a voltare pagina - prosegue Giuliana - è impossibile dimenticare quanto è accaduto. Stefano non ce lo restituirà nessuno. Però andrò avanti, come ho sempre fatto. E magari cercherò di dare retta alle mie figlie, che mi hanno tenuta su nei momenti in cui rischiavo di cedere. Dopo la sentenza mi hanno detto che devo pensare a me: mamma, vogliamo tornare a vederti felice. Chissà se succederà».
@matteotuccini
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