Il Tirreno

Versilia

Venticinque anni senza Inaco Ma la sua amata Viareggio sembra averlo dimenticato

di ADOLFO LIPPI
Venticinque anni senza Inaco Ma la sua amata Viareggio sembra averlo dimenticato

Il 14 aprile di un quarto di secolo fa la scomparsa dello scultore Biancalana Con le sue mani ha plasmato il legno per descrivere il mondo degli umili

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di ADOLFO LIPPI

Oggi ricorrono venticinque anni dalla morte di Inaco Biancalana, scultore, artista, personaggio popolare della Viareggio storica, quella connotata dalla cognizione del dolore, dolore dei morti in mare, dolore dei lavoratori del porto, dolore dei pescatori, dolore della gente misera, emarginata, angariata, dolore che Lorenzo Viani dipinse in quadri memorabili e che Inaco scolpì nel legno, tanti legni che furono documenti di un’epoca andata, quella dei velieri e delle darsene e che oggi sono vere icone. E di recente anche il museo Mansi di Lucca, tra tanta bellezza di quadrerie importanti, gli ha dedicato un’ampia sala dove è collocato un bassorilievo che per anni ornò un noto caffè viareggino ed oggi fa gloria in una pinacoteca nazionale.

Inaco Biancalana fu un archetipo. Nel senso che meglio di ogni altro rappresentò il carattere ostico, misantropo, scontroso, appartato del viareggino non di passeggiata. Non fu mai flaneur, mai colluse con la mondanità festaiola dei ritrovi chiccosi. Anche se ebbe conoscenze, amicizie dorate come Gino Bechi, Beniamino Gigli, il regista John Huston (che venne apposta da Carrara per acquistargli opere nel suo studio al Balipedio, in Darsena), e fu omaggiato dal presidente Pertini, rimase distaccato, chiuso nel mondo delle sue creazioni, espressionista di denuncia e di rinuncia, e affrontò con veemenza nel legno le proprie nostalgie, le ansie al riscatto che erano ansie di un popolo, quello legato al mare, che attraverso le sue mani prestigiose e decise e serie e costanti, riprendeva vita; anche quando, respinto dalla montante marea dei consumi, aveva cessato di esistere.

Vi è nelle opere, moltissime, di Biancalana (“Il cieco”, “La pietà”, “Marinai all’argano”, “Pescatori di cée”) un senso di epicità nordica (si rammentino i pittori olandesi, tedeschi, norvegesi), che a lui giunse di sicuro attraverso lo studio attento a Viani; ed anche a qualche post macchiaiolo come il livornese Puccini. Nulla hanno a che fare le sue figure con le dolcezze mediterranee, con le balneature decadenti, con il liberty versiliese alla Galileo Chini. Per comprenderle appieno bisogna aver odorato il salmastro che deposita la burrasca, per apprezzarle bisogna aver nota dei vareggini di carattere duro (ve ne sono sempre di meno), non a caso “Pane duro” s’intitolò il bel libro con il quale Silvio Micheli vinse il Premio Viareggio nel ’46. Pane perché sudato, ottenuto con le privazioni. Voluto nei combattimenti proletari contro le forze e le ingiustizie.

Inaco Biancalana lavorava in uno studio ancora esistente all’ex Balipedio. Lo studio lo cura con amore oggi il figlio Giuseppe (un altro figlio, Leandro, morì in una sciagura agghiacciante). In questo studio si trovano molti esemplari disegni, alcuni volti ispirati a Cristo, soprattutto al Cristo della passione, momento della vicenda evangelica che, grazie alla sofferenza, all’abbandono, alla pietà, accostano Gesù ai dolori del mondo, ai dolori della vita quotidiana delle genti piegate. Inaco Biancalana usò anche il bronzo (suo il monumento al medico Tabaracci nell’omonimo ospedal. e), ma furono i tronchi degli alberi, queste lignee carni della natura, ad essere preferiti. E che piacquero a Giulia Viani e ad un attore come Ermete Zacconi (nella cui casa la famiglia Biancalana abitò per un periodo). Piacquero perché (a differenza del bronzo, dell’ebano, dell’avorio che pur egli adoperava) erano ruspanti, veri, poveri, fatti di materiali riciclati ed ora che il riciclaggio è divenuto assai di moda perché non rammentare ciò che Inaco faceva camminando per le strade viareggine, qua raccogliendo un tagliere dove una cassetta dove un ramo di pino, dove uno straccale. Per farne arte decorosa e plausibile.

Nel 1983, in anni già lontani, a Villa Paolina gli dedicarono un’antologica. Speriamo che presto se ne faccia un’altra. Perché l’opera di Biancalana merita attenzione per due motivi: primo è un omaggio a chi considerò l’arte come un lavoro (con il quale mantenere sé e la famiglia); secondo perché torna in luce un’epoca che dette una parte di identità a Viareggio, torna il mondo dei nostri nonni, quelli benissimo descritti da Tobino, da Micheli, da Bergamini, ai quali Biancalana dà con le sue sculture fisionomia, carattere, animo. E non fu un animo qualsiasi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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