Finanza
Ecco come truffavano le compagnie
Linguaggio in codice e versioni concordate per ricostruire i falsi incidenti: così avrebbero raggirato le assicurazioni
VIAREGGIO. «L’Audi A4, Audi A4. Davanti c’era una Volvo... digli le macchine... io stavo a lato del vetro eh!».
Cesario Marino - considerato dagli inquirenti una delle menti dei falsi incidenti organizzati in Versilia per truffare le compagnie di assicurazioni - nel corso di una telefonata suggeriva al suo interlocutore che cosa riferire agli assicuratori per rendere ancor più verosimili i sinistri stradali. Dagli atti dell’inchiesta che vede 70 indagati e cinque persone agli arresti (di cui due ai domiciliari) emerge un sistema ben collaudato, che vedrebbe coinvolti presunti affiliati al Clan dei Casalesi, insieme ad avvocati, medici legali e carrozzieri operanti a Viareggio e dintorni.
Dalle telefonate intercettate emergerebbe anche il linguaggio in codice con il quale gli organizzatori e i vari attori comunicavano per non essere compresi da chi ascoltava. La parola “pepe” voleva dire ciclomotore, mentre “scaldabagno e madonne” erano il portellone e i paraurti delle automobili. I falsi incidenti sarebbero stati concordati così, spesso via cellulare, e vedrebbero coinvolte - naturalmente come vittime - tantissime compagnie assicurative.
Un contributo fondamentale all’indagine è stato fornito da Francesco Martino, considerato il braccio destro di Salvatore Mundo, detto “O’ mister”, ritenuto dagli inquirenti il referente toscano del Clan dei Casalesi. Martino - imprenditore edile attivo in Versilia che ha deciso di collaborare dopo essere stato arrestato per altre vicende nel 2013 - ha spiegato al pubblico ministero i particolari di questo sistema che pare estremamente ben collaudato. Al pm ha detto che Cesareo Marino, uno degli arrestati, faceva già delle truffe ed era vicino al clan malavitoso, sebbene non affiliato. Sarebbe stato proprio Mundo a decidere di far diventare le truffe assicurative parte del business dei Casalesi, in modo da guadagnare più soldi possibile.
Il collaboratore di giustizia, rispondendo alle domande del magistrato, descrive nei dettagli la spartizione dei proventi incassati dai raggiri: il 20% andava in Campania, con “O’ mister” in veste di pendolare fra Viareggio e Gricignano di Aversa, il 30% sarebbe spettato all’avvocato responsabile degli iter legali e il 50% suddiviso fra gli organizzatori e i carrozzieri, pagati - sempre secondo Martino - anche per i lavori non fatti e per le false fatture.
Una volta - ha detto il pentito al pm - gli attori di un incidente stradale si sarebbero rifiutati di rispettare i patti concordati. Un’idea che sarebbe balenata nella loro testa solamente per qualche ora, visto che un braccio operativo del sodalizio criminale li avrebbe minacciati con un’arma.
È sempre il collaboratore di giustizia - il cui racconto è stato poi verificato dalla Direzione distrettuale antimafia - a tirare in ballo uno degli avvocati coinvolti nell’inchiesta, Massimo De Prete, con cui la banda avrebbe nel tempo raggiunto questo accordo: al professionista sarebbero spettati fra 30 e il 50% dei rimborsi conseguiti, che sarebbero stati da lui percepiti direttamente dai beneficiari, con i quali si recava in banca di volta in volta.
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