Sicurezza
Parola d’ordine fitodepurazione
Maggiorelli (Arizona): non si sceglie forse perché costa poco?
VIAREGGIO. La parola d’ordine, all’indomani della rottura sul progetto di ionizzazione imputato dal Comune di Camaiore, capofila del progetto acqua pulita, ai ritardi dell’azienda tedesca titolare del brevetto, è fitodepurazione. Tra le voci in campo, per i balneari, quella di Fabrizio Maggiorelli (bagno Arizona): «Mi permetto una malignità... Non è che non si è scelta questa soluzione perché, magari, costava poco?». Anche Maggiorelli, sostegno della tesi fitodepurazione, ricorda «il convegno organizzato dalla senatrice Granaiola, dove fu indicato che la ionizzazione non avrebbe funzionato».
In realtà non basta dire fitodepurazione. Uno studio dell’Agenzia regionale per l’ambiente, dipartimento di Pavia, indica in quali casi si può ricorrere a questa soluzione: trattamenti secondari, dopo sedimentazione, di reflui di insediamenti civili (quali campeggi, centri di agriturismo, centri commerciali, ecc.), «soprattutto in siti abitativi rurali dove non è possibile o si rivela troppo costoso l’allacciamento a fognatura o in siti con popolazione fluttuante»; trattamenti terziari a valle di impianti di depurazione di tipo civile o misto, «soprattutto in funzione dell’abbattimento della carica batterica»; trattamenti secondari o terziari di reflui di provenienza industriale (esperienze in Europa su frantoi oleari, caseifici, industria tessile, alimentare); trattamenti di reflui di provenienza agricola.
Ben diverso che agire sulla rete di corsi d’acqua che in Versilia finiscono in mare e, soprattutto, sul traballante sistema di fognature che manda in tilt i depuratori. (d.f.)
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