Il Tirreno

Versilia

Viareggio, quando al primo binario scendevano divi e divine

Corrado Benzio
La città scende in piazza e occupa i binari quando le Ferrovie decidono di sopprimere le fermate dei rapidi
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La città scende in piazza e occupa i binari quando le Ferrovie decidono di sopprimere le fermate dei rapidi

Qualcuno ricorda più il Treno del Cinema? E quello delle Maschere? Voluta dal fascismo, ora la stazione festeggia 80 anni assediata da giovani magrebini

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VIAREGGIO. Le date parlano. Basta confrontarle e troverete interessanti spunti. Guardiamo la stazione di Viareggio. Fu inaugurata il 13 giugno 1936: solo un mese prima (il 9 maggio) venne proclamato l’Impero e Vittorio Emanuele III diventò non solo re d’Italia, ma anche imperatore d’Etiopia. L’Africa era nostra, avevamo conquistato un posto al sole (e non era una soap) e cantavamo Faccetta nera. Ottant’anni dopo la nemesi. Festeggeremo la stazione di Viareggio ormai conquistata dalle «truppe maghrebine»: libere di spaccare, spacciare, aggredire, soprattutto di esibire un far niente che indigna e, naturalmente, insospettisce.

Parliamo di una stazione descritta da Susanna Agnelli in Vestivamo alla Marinara, uscito nel 1975. E a Viareggio che arriva un treno da Roma, siamo in pieno conflitto mondiale, da cui scenderà Raimondo Lanza di Trabia, il grande amore della Agnelli (l’altro fu un viareggino, Cesare Garboli). Amico del fratello Gianni, Lanza di Trabia sposato poi con l’attrice Olga Villi, si ucciderà gettandosi da un terrazzo dell’hotel Eden a Roma, gesto ispiratore del celebre Vecchio Frack di Modugno.

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Alla stazione di Viareggio arrivavano tutti, basta vedere i film girati in città. Ci sbarca Amedeo Nazzari in Frenesia dell’estate, anno 1963. Ed è l’immagine più struggente: sale su una carrozzella a cavallo e si fa portare al Principe. Le carozzelle stavano, gli over cinquanta lo ricordano, in stazione, al Principe, in piazza D’Azeglio e in piazza Mazzini. Era una città romantica che sognava, e soprattutto faceva sognare.

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Alla stazione arrivano i ragazzi scapestrati di Sapore di mare con il vecchio cartello nero e la scritta Viareggio tutta bianca. Prima ancora, 1957, dalla stazione parte Guendalina, la protagonista dell’omonimo film di Alberto Lattuada, tutto girato a Viareggio con protagonisti una acerba Jaqueline Sassard (poi maritata Lancia, quello delle macchine), Raf Vallone e Sylva Koscina.

E che dire di quando c’era Europacinema, il festival che Felice Laudadio trasferì nel 1989 da Rimini a Viareggio? In stazione arrivava il Treno del Cinema. Si partiva da Roma Termini, si mangiava in treno, intorno alle 17 si era a Viareggio. Dal vecchio Settebello restaurato con filologica mania, scesero negli anni Novanta in tanti: Nastassia Kinski e Francesco Nuti, Mario Monicelli ed Ettore Scola, Mariangela Melato e Hanna Schygulla, Margarethe Von Trotta e l’incredibile Lello Bersani, il giornalista che per mezzo secolo ha raccontato il cinema in Tv. Gente da Oscar, da Leone d’oro, da Croisette a Cannes. Con la banda al primo binario che suonava e i viareggini felici per tanti personaggi. Felici, ma sempre polemici, perché neanche il festival dei tempi d’oro (l’elenco delle presenze oggi avrebbe dell’incredibile) soddisfava in pieno lo spesso indigesto nostrano gusto per la polemica.

Al primo binario, usato un tempo solo per le grandi occasioni, arrivava anche il Treno delle Maschere. Costava ma c’era la lotteria a tappare tutto. Costava, ma portava a Viareggio carnevali celebri nel mondo. Come quello caraibico di Notting hill a Londra o quelli teutonici di Colonia e Basilea. Anche in questo caso c’era la banda ad aspettare il lungo convoglio formato solo da vagoni letto e carrozze ristoranti.

La stazione di Viareggio – perché tutto è finito così in breve? – era il luogo dove di fatto iniziava il corso mascherato. Bande e mascherate si concentravano in piazza Dante e sfilavano giù per via Mazzini per arrivare in Passeggiata poco prima del colpo di cannone. C’erano le soste obbligate nei vecchi bar: dall’Arcobaleno dove nacque la Libecciata, al bar Centrale e da Gino, fino al Dopolavoro ferroviario.

I terrazzi di via Mazzini rischiavano di crollare sotto il peso della gente (sopra il forno Benzio lanciavano caramelle e croccantini, un «gettito» ante litteram). Sembrava Times Square, con i coriandoli che cadevano nemmeno il Niagara e tutti i maschi in piedi ad ammirare la «Billi», la bionda Maria Grazia Billi, una Jane Mansfield in salsa versiliese che apriva la sfilata come majorette della Libecciata. Banda, che per contrasto, aveva fra le proprie file alcuni fra gli uomini più brutti di Viareggio.

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La stazione era un vanto della città. Voluta dal Fascismo per sancire che la città era una vetrina del Regime. Poi diventerà democratica ed amatissima. In stazione si salutava la fidanzatina estiva che tornava a Milano o a Firenze (Luglio col bene che ti voglio, lo so non tornerà...). In stazione, si partiva di notte, noi maschi, per presentarsi al Car (centro addestramento reclute). Fosse a Savona o Spezia, Como o Falconara. Quest’ultimi erano i privilegiati: chi andava nelle Marche per l’addestramento tornava in Toscana. I ragazzi di un tempo sapevano tutto di quelle dinamiche. E sapevano tutto dei treni per tornare a casa in licenza. Magari solo per 48 ore.

C’erano i treni delle vacanze. Quando ancora esistevano i locali lavorativi, gli accelerati, i rapidi, a Viareggio arrivava la Freccia Azzurra, il treno che portava i Milanesi in Versilia. Ribattezzato da bagnini e ragazzotti il «treno scoperto». Ovvio il motivo: portava i mariti che essendo stati cornificati dalle signore in vacanza, non poteva che avere le carrozze senza tetto.

Un altro treno mitico, esiste ancora, è la Freccia della Versilia. Parte da Livorno e arriva a Cremona, Brescia e Bergamo, altro territorio di caccia dei nostri tipi da spiaggia.

Quando le Ferrovie ci tolsero i rapidi, l’allora sindaco Lino Federigi mobilitò e bloccò la città con un grande corteo di tutte le categorie: balneari, albergatori, cantieri, commercianti. Una mossa astuta del sindaco comunista: mobilitare la città contro un nemico esterno. Eravamo nella seconda metà degli anni Ottanta. L’idea di come la stazione, i treni, il turismo fossero nel cuore della città. Davanti la stazione c’erano ancora bar e locali validi. Come Il Passeggero o la pizzeria La Lucciola, condotta da Luigi Maccioni, un simbolo della Viareggio del boom. E c’erano ancora nei paraggi dei piccoli hotel aperti tutto l’anno, come il Centrale della famiglia Landucci in via XX Settembre.

I tempi sono cambiati, ma il degrado è solo di pochi anni fa. Piaccia o meno, coincide con un’immigrazione incontrollata, molto italiana nel suo buonismo associato sempre al menefreghismo. La Polfer è come asserragliata nel suo ufficio, i soldati di guardia ricordano il Benigni di Tu mi turbi: non si potrebbe né movessi e né parlare. E non consola che a Pisa sia forse peggio e idem a Massa. A proposito di Massa. Nel 1975 la stazione fu proclamata la meglio tenuta d’Italia. Ora si specchia in un degrado senza fine.

Ma la stazione di Viareggio era qualcosa di più. La sala d’aspetto era un piccolo museo, con i due grandi Viani da ammirare alle pareti (ora sono stati riparati alla Gamc). Con quella torre del controllo traffico che è un bellissimo esempio di razionalismo (peraltro salvata da una sollevazione popolare guidata da personaggi come Franco Anichini). L’architetto si chiamava Roberto Narducci, ha disegnato anche Roma Ostiense.

Fino a pochi anni fa c’era l’ufficio dell’Apt. Poi i tagli da una parte e internet dall’altra hanno fatto chiudere tutti. Al terzo binario c’era il chiosco con le bibite e all’arrivo dei treni principali l’addetto usciva e percorreva il treno offrendo panini e coche. Oggi c’è un distributore automatico.

Erano queste presenze, come il tabacchino – detto alla viareggino – del Mossi a rendere viva la stazione, il giornalaio (c’è ancora), i fiaccherai e i taxisti (quelli ci sono ancora). Mio nonno mi portava a vedere passare i treni, fermo nel seggiolino, come in un film tratto da Simenon. Lui si siedeva su una panchina, apriva il giornale e passava così un paio d’ore in un luogo sereno, senza pericoli. Gli altoparlanti che annunciavano arrivi e ritardi emettevano una voce umana, non quelle di oggi, sintetizzate al computer. E il capostazione era veramente l’uomo che sapeva tutto di quel luogo affascinante.

E potrebbe tornare ad esserlo. Ricordando sempre che la nostra cara stazione è stata testimone, quel 29 giugno del 2009, della cicatrice più profonda nel corpo di Viareggio. La stazione resta qualcosa di più di un serie continua di arrivi e partenze.

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