Il Tirreno

Versilia

Trenitalia: i carri Gatx erano ok

di Donatella Francesconi
Trenitalia: i carri Gatx erano ok

La testimonianza dell’ex dirigente Cassino, secondo il quale l’azienda di Fs non doveva effettuare controlli

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VIAREGGIO. «L’impresa ferroviaria quando è trazionista fa solo il trazionista. All'atto pratico non è realizzabile che tutti possano controllare tutto...». Suonano un po’ come una vecchia pubblicità di profilattici le dichiarazioni di Giuseppe Alfonso Cassino, a lungo dirigente di Trenitalia, poi passato alla romana Atac, azienda dei trasporti della Capiale. “Mio non è”, rispondevano gli alunni al professore che aveva raccolto da terra la bustina di plastica. E, allo stesso modo, le cisterne cariche di Gpl deragliate a Viareggio non erano di Trenitalia, ma della multinazionale Gatx. È vero che di Trenitalia era il locomotore che le trainava da Trecate a Gricignano, lungo tutto lo Stivale: «Ma il detentore non aveva mai dato segni di inaffidabilità - spiega Cassino rispondendo alle domande dei pm, Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino - la responsabilità della manutenzione era in capo al detentore del carro (quindi a Gatx, ndr), e la manutenzione non era scaduta». Quindi per Trenitalia non vi era altro da verificare, prima di “scarrozzare” quattordici cisterne cariche di Gpl su e giù per l’Italia, attraversando ampie aree abitate ad un passo dai binari. Un concetto ancor più ribadito dall’affermazione del principio per cui nel mondo delle Ferrovie italiane «le merci pericolose venivano considerate tali nelle fasi iniziali e terminali del percorso, per gli aspetti relativi al travaso». E questo in un quadro - ha più volte ripetuto Cassino - in cui «si lavorava affinché tutto il trasporto fosse sicuro».

Il quadro che emerge offre uno scenario che sulla carta sfiora la perfezione. Con Cassino che rispondendo ad Amodeo risponde sicuro che «sì, certo, il Piano di manutenzione è uno degli elementi che va prodotto all'immatricolante per iscrivere rotabile nel registro nazionale rotabili». Ma quando il pm approfondisce e chiede al consulente se «sa che una parte di questo documento riguarda le regole per l’ammissione tecnica di materiale rimorchiato già circolante su reti diverse e tra le regole per l’ammissione c'è anche necessità di disporre del Piano di manutenzione?», l’avvocato Cesare Piazza si oppone alla domanda che mette il dito nella piaga. Piaga così riassumibile in base alle risposte che lo stesso Cassino fornisce al pm Giannino: Trenitalia avrebbe verificato la manutenzione se le cisterne fossero state le proprie. Ma poiché non lo erano, bastavano le garanzie fornite sulla carte dal proprietario dei carri. E torniamo al “mio non è”. Fino a che Salvatore Giannino non tira la stoccata finale e lo scenario lungo il quale si è consumato un disastro ferroviario da trentadue morti appare nitido tra le nebbie dei rimpalli di carta: «Trenitalia poteva verificare rispetto del Piano di manutenzione del detentore dei carricisterna?», chiede il pm. «In linea teorica ci può stare - risponde l’ex dirigente di Trenitalia -. Se avesse nutrito un dubbio...Ma così si apriva un fronte insostenibile...». Perché «se tutti sono responsabili di tutto, allora il sistema degrada e degenera. All'atto pratico non è realizzabile che tutti possono controllare tutto...».

Decisamente meglio - la riflessione è inevitabile - se nessuno controlla niente. In base a quel principio di «affidabilità» che si rincorre nella vicenda di Viareggio da imputato ad imputato e che non ha salvato, però, trentadue vite, i feriti che ancora sono in cura per le ustioni, le famiglie in lutto, le esistenze mutate per sempre. Perché al termine del percorso dell’affidabilità c’erano proprio loro: quelli che si sono fidati a vivere nelle proprie case, ad un passo dai binari.

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