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Delitto Romanini, l’ex socio: "Non sapevo della polizza vita"
Lavorava a Camaiore con vittima e imputato: «Ma ignoravo il premio di 600.000 euro in caso di morte di Stefano». Giallo su un fucile mitragliatore nascosto in un furgone
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CAMAIORE. «Non sapevo nulla della polizza vita che, in caso di morte di Stefano, avrebbe assegnato 600.000 euro di premio alla nostra società». A parlare, nell’ultima udienza in Corte d’Assise per il processo sull’omicidio di Stefano Romanini, è Iacopo Baroni. Baroni era socio di Stefano e del cugino di lui Roberto Romanini - oggi a processo come presunto mandante del delitto - nella Rb escavazioni. Una società di movimentazione terra che è finita nel mirino degli inquirenti: secondo loro quando le strade di Stefano e Roberto si sono separate - con tanto di pendenze economiche rimaste tra i due - sono cominciati i problemi. Fino all’omicidio, avvenuto in pieno centro a Camaiore l’8 febbraio del 2011.
Baroni, insomma, conosceva bene sia la vittima che l’imputato. Ma ha rivelato di non sapere, al tempo in cui tutti e tre lavoravano insieme, della polizza vita stipulata da Stefano Romanini. Con beneficiari i soci nella Rb. È questo, secondo la Procura, uno dei possibili moventi del delitto. Ma gli avvocati difensori di Roberto Romanini, Marco Taddei ed Elena Libone, hanno sempre smentito questa ricostruzione. La polizza, che tra l’altro scadeva il giorno dell’omicidio, non è mai stata incassata.
Baroni ha rivelato anche un altro particolare. «Il testimone - spiega l’avvocato Taddei - ha confermato quanto emerso nelle scorse udienze, e cioè che Stefano girava armato. E ha riconosciuto, guardando la foto, uno dei fucili mitragliatori contenuti nella valigetta ritrovata dalla polizia a Viareggio, pochi mesi dopo il delitto. “È lo stesso che Stefano nascondeva nel suo furgone”, ha detto. Un particolare non da poco - conclude Taddei - Se quell’arma girava, tanto da essere finita nelle disponibilità di altre persone, ci potrebbero essere altri possibili esecutori o mandanti».
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Sempre nell’udienza di martedì 1 la Corte d’Assise ha respinto la richiesta del procuratore Fabio Origlio - titolare dell’inchiesta - di sentire ancora una volta Pio Moriconi, il cosiddetto superteste del caso Romanini. Moriconi, nell’incidente probatorio tenutosi prima del processo, sostiene che Roberto Romanini gli avrebbe consegnato una pistola invitandolo a uccidere il cugino.
I giudici, però, hanno ritenuto un controsenso riascoltare un interrogatorio che è stato acquisito prima del processo. L’incidente probatorio, infatti, serve proprio per acquisire in via definitiva prove che rischiano di non arrivare al dibattimento.
Con l’udienza di martedì 1 si sono concluse le testimonianze. Il 13 aprile ci sarà la discussione finale, con la requisitoria del procuratore Origlio e l’eventuale richiesta di condanna o assoluzione. Poi ci sarà il verdetto della Corte d’Assise.
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