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viareggio

Donne scomparse, il condannato ricorre in Cassazione

di Matteo Tuccini
Remorini con i suoi legali in corte d'assise, nei riquadri Velia Carmazzi (in alto) e Maddalena Semeraro
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Remorini con i suoi legali in corte d'assise, nei riquadri Velia Carmazzi (in alto) e Maddalena Semeraro

Massimo Remorini si rivolge ai giudici di terzo grado contro la sentenza e la detenzione in carcere per il giallo di Torre del Lago

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VIAREGGIO. Ultimo atto nel giallo delle donne scomparse da Torre del Lago nel 2010 e mai più ritrovate. Massimo Remorini, 58 anni, assistito dall’avvocato Massimo Landi, ha fatto ricorso alla Corte di Cassazione contro la condanna a 38 anni che gli è stata inflitta sia in primo grado che in appello per l’omicidio di Maddalena Semeraro, 80 anni, il cui cadavere non è mai stato ritrovato così come quello della figlia di lei Velia Carmazzi, 59.

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L’avvocato Landi si è rivolto alla Suprema Corte anche per un’eventuale scarcerazione: Remorini, infatti, è tutt’ora recluso a Sollicciano (Firenze) dopo essere stato arrestato in aula in occasione della sentenza della Corte d’Assise d’appello.

Si avvicina, dunque, il pronunciamento definitivo su uno dei fatti di cronaca più clamorosi degli ultimi anni. Che ha riportato l’attenzione nazionale sulla Versilia “nera” come non avveniva da tempo. Con personaggi e luoghi che hanno acceso la fantasia macabra di chiunque abbia letto o ascoltato questa storia.

I fatti. Tra l’agosto e il settembre 2010 Maddalena e sua figlia Velia, che si sono ridotte a vivere in una roulotte in un terreno in via dei Lecci, scompaiono senza lasciare traccia. Il primo punto interrogativo è sulla fine di Velia, che il figlio David Paolini trova un giorno di agosto sdraiata nella roulotte, con gli occhi sbarrati e un colorito giallastro. Probabilmente è già morta. David, invece di chiamare il 118, si rivolge allo “zio” come lo chiama lui: Massimo Remorini. Remorini - secondo quanto racconta David - gli dice di non preoccuparsi, e che la farà ricoverare in una struttura. A settembre scompare anche la nonna: anche in questo caso Remorini - dice Paolini - spiega che è tutto a posto: sarebbe venuta a prenderla la figlia, che l’avrebbe portata a Milano per trasferirsi là. A fine settembre i carabinieri parlano prima con una conoscente, e poi con David, scoprendo che le due donne sono scomparse. A quel punto viene presentata la denuncia dallo stesso Paolini. Ma la vicenda resta nascosta fino alla fine di novembre. Quando la notizia trapela e diventa pubblica.

Il giallo rimbalza dalle colonne dei quotidiani e finisce su “Chi l’ha visto?”. Tingendosi di horror. Quando i carabinieri vanno a scavare nel terreno di via dei Lecci, ci trovano di tutto: rifiuti pericolosi e carcasse di animali morti.

Sotto inchiesta finiscono Remorini e Maria Casentini, la badante di Maddalena e compagna dello “zio”: entrambi vengono arrestati e poi rinviati a giudizio. Secondo la Procura Remorini si è approfittato delle due donne per impadronirsi del loro patrimonio, fatto di due case e di alcuni conti correnti: non è colpevole della morte di Velia, mentre avrebbe fatto sì che morisse la nonna. Di entrambe avrebbe fatto sparire i corpi, bruciandoli in un bidone e poi gettandoli in un cassonetto. Remorini e Casentini vengono condannati in primo grado rispettivamente a trentotto e a sedici anni di carcere. Sentenza che è stata confermata in appello. Ora la palla passa alla Corte di Cassazione.

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