Gioco
Strage di Viareggio: Ferrovie nel 2005 avevano un progetto anti deragliamenti
Rimasto chiuso nel cassetto perché chiedevano che a pagare fosse lo Stato.
I familiari delle vittime: bastava davvero poco per rendere quel treno sicuro
VIAREGGIO. Ferrovie avevano dal 2005 uno studio per equipaggiare i rotabili con sensori «così da tenere sotto controllo le accelerazioni, registrarle in continua ed individuare soglie di allarme per prevenire i deragliamenti». Questo ha testimoniato ieri in aula il dirigente di Trenitalia Stefano Guidi, chiamato a deporre dall’avvocato Cesare Piazza (Foro di Firenze). Il quale difende Emilio Maestrini, colui che a quel progetto aveva lavorato - ha ricordato Guidi - fino al punto di aver preparato, nel 2006, il business plan.
Il progetto, però, resta nel cassetto. Fino al 2009, quando lungo i binari di Viareggio muoiono trentadue persone. E le immagini delle fiamme, delle case distrutte, dei feriti estratti dalle macerie in condizioni disperate, fanno il giro del mondo. Allora si muove l’Europa. Mentre il progetto italiano continua a rimanere nel cassetto. «In Europa, dopo Viareggio, - ricorda il dirigente Trenitalia - ci furono tutta una serie di progetti per cercare di evitare in futuro questo serie di eventi». I risultati di quel lavorare sono stati resi pubblici nel gennaio 2015: «Non c'è differenza tra le conclusioni dello studio europeo e quello di Ferrovie datato 2005», ammette Guidi. Al quale tremano le parole in bocca quando - in un’aula dove è sceso un silenzio irreale - risponde al presidente del Collegio, Gerardo Boragine, il quale chiede l’unica cosa che tutti attendono di sentire: perché il progetto di Ferrovie dal 2005 ad oggi si è perso per la strada? Perché «nonostante le premesse non ci sono stati risultati concreti?». Perché - è la risposta - «acquisire i carri merce con quelle apparecchiature non rientra nelle capacità di chi ha proposto il progetto, viste le cifre». Per dirla in parole semplici, Ferrovie «richiedevano azioni da parte dell’azionista, cioè dello Stato».
Nel mezzo al tira e molla su chi doveva pagare sono arrivati trentadue persone bruciate vive, al sicuro nelle loro case.
L’avvocato Cesare Piazza, tra i più impegnati sul fronte dei corsi e dei convegni sulla deontologia professionale, ieri in aula ha dato una gran lezione a tutti i suoi colleghi, difendendo il suo assistito fino in fondo, senza sconti. E giocandosi la carta di un uomo di Ferrovie che ha testimoniato a testa alta. Un’onda di emozione ha attraversato i familiari delle vittime, presenti in aula dal novembre 2013 quando il processo è iniziato. Ma anche gli uomini della Procura, dal pm ai suoi consulenti, alla polizia giudiziaria sono apparsi tutti particolarmente toccati dalle parole di Guidi. Che anche quando si è addentrato negli aspetti più tecnici del progetto anti deragliamenti, l’ha fatto indicando che il sistema progettato avrebbe funzionato, portando il segnale di allarme direttamente al macchinista. Un sistema che - è ancora il testimone a dirlo - «avrebbe potuto essere installato anche sui carri non di proprietà di Trenitalia», visto che l’azienda ferroviaria italiana non possiede propri carri per il trasporto di merci pericolose.
Questa scelta - è la domanda del pm Salvatore Giannino, che ieri in aula ha condotto l’udienza da solo, chiudendo più di un testimone nell’angolo dell’obbligo a riferire la verità - «sarebbe stata in contrasto con provvedimenti dell’Era (l’Agenzia europea per la sicurezza ferroviaria, ndr)?». La risposta di Guidi è netta: «L’impresa ferroviaria che decide di fare un programma, se è per il traffico nazionale può farlo. Se vuole andare all'estero, invece, deve confrontarsi con un altro scenario». Ed i quattordici carri - chiede il pm - partiti da Trecate e diretti a Gricignano, destinati all’Aversana Petroli - viaggiavano all’estero? «Mi informai - risponde il testimone -: erano utilizzati in Italia». Quindi, se il progetto di Maestrini non fosse rimasto nel cassetto perché Ferrovie ritenevano che a pagare dovesse essere lo Stato, il convoglio della strage di Viareggio avrebbe montato un sistema di protezione contro i deragliamenti. Invece, conclude con amarezza Stefano Guidi, «Trenitalia non ha dato seguito al progetto dell’ingegnere Maestrini».
All'indomani dell'udienza i familiari delle trantadue vittime commentano: "Come ripetiamo da 6 anni e mezzo, non c’era niente da inventarsi per rendere sicuro quel treno-bomba: bastava applicare lo studio fatto da ferrovie nel 2005, dotando i treni di sensori antisvio; bastava controllare ciò che proveniva dall’estero; bastava pensare alla sicurezza e non al profitto ed al mercato». Mauro Moretti (all’epoca amministratore delegato del Gruppo Ferrovie ed anche in questa veste oggi idnagato, ndr) - si legge nella nota a firma di Marco Piagentini, presidente dell'asociazione Il mondo che vorrei "fece la sua riflessione e scelse!». Consapevolmente - continua la nota diffusa all'indomani dell'ottantesima udienza "l’associazione dei familiari con tanto dolore attende la verità, la giustizia e la sicurezza in quell’aula di Tribunale. E non accetta e respinge al mittente i racconti inauditi ed offensivi per ogni essere umano che ogni mercoledì il nostro udito e la nostra dignità sono costretti a subire per difendere i nostri bambini, le nostre ragazze, i nostri figli, i nostri familiari. Ma mai, e poi mai, accetteremo la prescrizione su questa immane tragedia".
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