Sicurezza
I Romanini tra litigate e paura «Temevamo che finisse male»
Il racconto dei parenti della vittima e dell’imputato sulle tensioni precedenti al delitto di Camaiore «Sapevamo che Stefano e Roberto erano ai ferri corti, alcuni di noi non ci dormivano la notte»
INVIATO A LUCCA. «Sapevamo che c’era tensione tra Stefano e Roberto, e che poteva finire male. Alcuni di noi non ci dormivano la notte».
La tragedia della famiglia Romanini è un racconto che si snoda ormai da quella fredda mattina dell’8 febbraio del 2011. Quando un killer a volto coperto risveglia Camaiore con nove colpi di pistola, uccidendo Stefano Romanini, 47 anni, imprenditore con moglie e due figlie. Da quel fatto di sangue, uno dei più gravi di sempre avvenuti in Versilia, è nato una specie di flusso di coscienza di un’intera famiglia. Mogli, figli, zii, cugini: tutti sotto i riflettori, senza sapere bene come comportarsi. E soprattutto come reagire di fronte all’ipotesi, sostenuta dalla Procura, che il mandante del delitto sia il cugino di Stefano: Roberto Romanini. Oggi a processo come unico imputato.
Il racconto più drammatico, nell’udienza di ieri in Corte d’Assise a Lucca - dove è in corso il processo per il delitto - è quello della sorella di Roberto, Manuela Romanini. Parla della casa sul monte Meto, a Corsanico, intorno a cui si concentrano le domande del procuratore Fabio Origlio - titolare dell’inchiesta - perché si sospetta che possa esserci stato un uso criminale dell’appartamento. Ma la donna smentisce, dice che quell’abitazione era semplicemente un appoggio in zona. Poi parla dei rapporti tra il fratello e il cugino. «Erano difficili, temevo che finisse a cazzotti - spiega - interpellai anche una cugina, che mi spiegò come non ci dormisse la notte. Ma né lei né abbiamo mai saputo quale fosse la natura del problema». Manuela riferisce poi di un colloquio avuto in carcere con la figlia di un professionista, che avrebbe detto rivolgendosi a Roberto «Mio padre dovrebbe essere qui al posto suo». Ma la donna non ha chiarito il motivo di questa frase.
«Stefano aveva paura - rincara la dose la titolare del bar dove la vittima andava spesso a prendere il caffè - soprattutto dopo i colpi di pistola sparati contro la sua auto (episodio già riferito in tribunale, ndr). Gli ho chiesto che cosa ci fosse dietro, ma lui replicò che non poteva parlarne».
Certo, le tensioni tra i due cugini raccontano un clima familiare. Ma non sono prove. Lo stesso Roberto ha ammesso che erano rimasti in sospeso 200.000 euro tra i due dopo che Stefano aveva abbandonato la società in cui erano soci, la Rb escavazioni. Ma questo non è sufficiente per poterlo collegare automaticamente al delitto. Alla Procura il compito di provarlo con elementi certi.
Ad esempio sapere dove si trova il killer. Le voci, riportate anche in tribunale, hanno raccontato prima che l’uomo fosse in Germania, poi che fosse in servizio alla funivia sul monte Cimone. Come presunto autore del delitto è stato indagato un romeno, Auriel Suciu, poi prosciolto dal giudice delle indagini preliminari. Al momento Suciu non risulta nella lista dei testimoni. Così come non c’è Pio Moriconi, il superteste, che nell’incidente probatorio prima del processo sostenne di essere stato contattato da Roberto Romanini per uccidere Stefano.
@matteotuccini
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