Il Tirreno

Versilia

Dopo Sanremo, Viareggio Ma la città è un po’ fredda

La senatrice Cirinnà perora da noi la causa delle unioni civili, ma il viareggino non sembra ricordare che siamo da sempre una capitale delle libertà sessuali

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VIAREGGIO. Dopo Sanremo, Viareggio. La senatrice Cirinnà, ospite anzi guest star del secondo (o terzo? Boh) corso, lo ha ribadito all’altoparlante di Burlamacco. Dal festival della canzone al carnevale della satira. Ma sul fronte delle unioni civili, dei diritti di gay e lesbiche, della legge che il Senato stenta a partorire (termine mai così appropriato) Viareggio poteva fare di più. Magari un bel bacio fra due politici, oppure fra carristi, mascheratisti, squadra corsi, giornalisti, majorettes. Un grande bacio collettivo dove non si distinguessero più sesso e gusti sessuali.

Certo un carro, «La Bacchettona», ci dice che il mondo del Family day è vecchio. E già questo sarebbe tanto per un carnevale, il nostro, spesso troppo prudente. Anzi è una benedizione che l’uscita del carro sia contemporanea alla battaglia sulla legge per le unioni civili.

Ma Viareggio sa che può fare di più, che può sentire veramente sua la causa dell’omosessualità. Non è la Sanremo democristiana ed immobile di Carlo Conti, il «ragioniere del divertimento». Non è solo la città dei Diritti come ribadisce in una nota il sindaco Del Ghingaro.

Viareggio è la città dei grandi amori fra i nobili di casa Savoia e i robusti bagnini degli anni Trenta. E la città che già negli anni Ottanta Sylvano Bussotti, grande musicista e al tempo direttore del Pucciniano (prima o poi andrebbe scritto che è stato lui a rilanciare Turandot ed è merito suo se il Nessun Dorma è una sorta di secondo inno nazionale) dichiarò sulla stampa internazionale che la nostra spiaggia era un paradiso degli omosessuali. Ed è stata la prima spiaggia gay e anche nudista. Questo già negli anni Settanta, quando alla Lecciona andava – lo ha raccontato durante un Europacinema – Florinda Bolkan (un Oscar per l’Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

E Adolfo Lippi nel suo libro «I Viareggini» ricorda come i nobili lucchesi già nell’Ottocento usavano le ville in riva al Tirreno per dare sfogo a vizi ed ogni istinto.

Un luogo di diritti ma anche di trasgressione. Frequentato dalle prime, vere icone gay (anche se al tempo non se ne definiva ancora il contorno).

La prima e la più grande è stata Mina. «Grandi braccia, grandi mani avrò per te/ stretto al mio seno freddo non avrai» cantava in Amor Mio mentre le poltronissime di Bussoladomani, estate 1978, erano prenotate da moltitudini di gay.

Certo ci sono ferite profonde nella nostra città. Dal delitto Barsottelli al caso Lavorini. fino all’aggressione omofobica subita in pineta (metà anni Sessanta) da Umberto Bindi, il grande cantautore che da allora più si riprese. Ferite e ricordi che non si possono cancellare.

Ma l’animo viareggino (quello torrellaghese un po’ meno, si è vista la guerra fatta al gay pride) è libero, tollerante, aperto. Più del carro del Ceragioli, più dei nastri arcobaleno, più dei primi travestiti che negli anni Sessanta si esibivano al Caprice. Più di qualsiasi località alla moda. Solo Capri rivaleggiava con Viareggio.

Negli anni Trenta ai bagni si potevano vedere le prime donne depilate. Moda un po’ deplorata dallo stesso Leonida Repaci, fondatore del premio Viareggio.

Moda arrivata dall’America, anzi da Hollywood. A Viareggio veniva Edda Mussolini con Galeazzo Ciano. Non sbarcava il Duce perché la vedeva troppo mondana, troppo viziata: lui che immaginava un popolo italiano parco e dedito alle virtù di Marte.

Il fatto che Benito non amasse Viareggio è una medaglia al petto di questa città. Come il fatto, perché negarlo, che la senatrice Cirinnà sia venuta proprio da noi a perorare la sua causa.

Quest’orgoglio ieri non lo abbiamo sentito fino in fondo durante il secondo (o terzo? Boh) corso mascherato. Nella città dove, ha sempre raccontato l’allora assessore Moreno Bucci, c’è stato il primo incontro carnale fra Coppi e la Dama Bianca (sembra in una camera del vecchio Astor, quello liberty con la torretta).

E allora con un passato così glorioso – sì certo, perché no? – togliamoci di dosso certe remore, certe resipiscenze, certe paure. Il mondo, l’Italia vanno avanti. Ma bisogna ricordare che Viareggio avanti lo era già mezzo secolo fa. È stato scritto tante volte: siamo il volto libero e ridanciano della Toscana. Lo ha capito anche il governatore Rossi. I soldi della Regione vanno a Viareggio perché tutti toscani si possano divertire qui. A prescindere dal sesso e dai gusti sessuali. Ma con piena libertà.

Corrado Benzio

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