Sicurezza
L’amico del Bel mondo diventato scultore
La scomparsa di Gianni Manganelli, autore al cinema per Villaggio e Montesano e poi artista di fama internazionale
di ADOLFO LIPPI
Gianni Manganelli, viareggino degli anni dorati , tra il ’58 e il ’68, è stato sceneggiatore e scultore “bon vivant”, sempre protagonista a Roma negli anni Ottanta, quando fece cinema con Paolo Villaggio, vip a Montecarlo in quetse ultime stagioni quando sue opere appaiono nelle migliori gallerie. Artista sempre, Manganelli costruì soprattutto la sua vita. Maglietta nera girocollo, cappotto caldo, tonico, crepuscolare, di cammello come Alain Delon ne “L’ultima notte di quiete” ebbe, come tanti altri, il suo spazio al Principino quando vi suonava Fausto Leali e vi bazzicavano le celebrità dai Moratti ai Bertolli. Era uno dei tanti bei ragazzi Gianni, con Arnaldo Guidotti, Roberto Brunetti, Carlo Fappani, Cesare Manfredi, Luigi Marconcini, Dino Pieraccini, Tiziano Lera... Ebbe l’incontro fulmine con la stupefacente Stefania Sandrelli, allora smaliziata bimbetta che sgambettava tra la Capannina di Raffa e il bagno Principe. E fu lei ad introdurlo a Roma, pensando di farne un attore. Poi le cose andarono diversamente: lei divenne ed è una star; lui si introdusse nella produzione. Sua sorella Valeria, bellissima, bruna, occhi sgranati, magici, era tra le sirene trionfanti di quegli anni, tra la Capannina del Forte e la Bussola del mago Bernardini. Si fidanzò, nientemeno, con il barone Lucifero, figlio del Ministro della Real Casa, quello che accompagnò il re Umberto, ultimo malinconico re, all’aereo che lo portò in esilio. E Valeria sposò poi il rampollo: ricchissimo e charmant, che debuttò presto come poeta e scultore. Di recente a S . Agostino in Pietrasanta gli hanno dedicato un’antologica.
Ed ecco Gianni Manganelli, a Roma, avviarsi, con Stefania pigmalione, nel fantasmagorico universo di Cinecittà. Erano gli anni Settanta, il meglio già passato. Visconti, Fellini, la via Veneto de “La dolce vita” ormai appartenevano al mito ed i miti, si sa, sono storia vecchia. Manganelli non frequentò Mastroianni né Sophia Loren. Si mise semmai a scrivere copioncini per la radio e frequentò il milieu degli emergenti: da Montesano a Villaggio, soprattutto quest’ultimo. Divenne, di Paolo Villaggio, un allegro tuttofare, compagno di idee e di merende. In quasi tutti i film su Fantozzi c’è la sua firma . E assieme ottennero successi e riconoscimenti. Però Gianni come sceneggiatore ed autore, non si limitava. Quando, dalla sorella, incontrava il barone Lucifero spiava con astuzia le sue mosse di scultore e disegnava e imparava. Grazie a Villaggio conobbe poi Irene Ghergo, figlia del fotografo Ghergo, celebrità degli anni Quaranta. Irene era press agent di Gianni Boncompagni. Così Manganelli divenne autore tv. Con me, lui autore, io regista, fece “I sette peccati capitali” per “Serata d’onore” a Montecatini con Gigi Proietti e Milva e Ugo Tognazzi e Gassman e Manfredi. Non c’era nome che gli si rifiutasse perché Manganelli, negli anni Novanta, era a Roma, un punto di riferimento dei famosi. E spesso li portava tutti a pranzo o a cena al Vignaccio di Santa Lucia di quell’alchimista della cucina che è Riccardo Santini. Un giorno, frequentando il Senato, vidi un manifesto che annunciava una sua mostra. Lo scoprimmo scultore: il sogno era realizzato. La prima mostra la fece a Pietrasanta, al chiostro, e venne ad inaugurarla Andreotti. Tra gli ospiti Clemente Mastella, allora ministro della giustizia del governo Prodi. Gianni era andato lontano. Il suo palcoscenico si era bellamente arricchito. Da qui il sodalizio con Paolo Carli, presidente della Henreaux, il quale prestò a Gianni un vasto studio a Querceta, presso lo stabilimento. E vi nacquero i delfini, le ondine, i tanti soggetti leggeri, poetici che rammentano le raffinatezze di Finotti e Guadagnucci. Ormai era scultore. Le gallerie se lo contendevano. C’è una sua bell’opera, il Carnevalotto alla Cittadella. C’è una sua opera all’ingresso sud di Viareggio. E da qui, sempre transumante, sempre inquieto, si trasferì a Montecarlo dove è rimasto a vivere, dove la figlia studia, dove lo attendevano altre future relazioni. Purtroppo la morte lo ha colpito e troncato a Pisa. L’avevo incontrato un mese fa dal Bartolini. M’aveva informato di aver dei fastidi ad un occhio. Era invece qualcosa di peggio. Ma lasciamo alla memoria la biografia di un viareggino che fu curioso, attraente e uomo riuscito.
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