Il Tirreno

Versilia

«Il rischio è l’abuso a scapito dell’allegria»

di GIANLUCA DOMENICI
«Il rischio è l’abuso a scapito dell’allegria»

di GIANLUCA DOMENICI Lo premetto: non sono contrario alle coreografie sui carri, semmai non tanto favorevole al loro abuso, quello sì. Mi spiego meglio. Negli ultimi anni, girando e rigirando tra i...

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di GIANLUCA DOMENICI

Lo premetto: non sono contrario alle coreografie sui carri, semmai non tanto favorevole al loro abuso, quello sì. Mi spiego meglio. Negli ultimi anni, girando e rigirando tra i giganti di cartapesta, tra le maschere e tra la gente, ho notato in modo netto un impoverimento dell'allegria. Oltre alle musiche non carnevalesche (che generano a loro volta tristezza e mancanza di originalità) vedo nei figuranti volti tirati, espressioni tese e concentrate per ricordarsi il movimento da fare in quel momento. Alcuni sono più spigliati, altri più impacciati, ma tutti li trovi rigorosamente impegnati nella 'finzione', quella finzione che già mette in difficoltà uno scafato attore di teatro, figuriamoci allora i pur bravi 'amatori' della domenica.

Noto così persone che, non si sa per quale motivo, si sentono improvvisamente navigati attori di Broadway, novelli ballerini della Scala, sosia di attori hollywoodiani pur essendo, invece, semplici e appassionati figuranti prestati al carnevale. Non me ne vogliano i 'coreografi e i coreografati', ma spesso lo spettacolo che ne risulta, seppur godibile e ben fatto, è di questo tipo.

Ma il punto non è certo la qualità o meno delle rappresentazioni. Il vero tasto debole, e che si nota (quello sì) in modo palese e palpabile, è la mancanza di allegria e di spensierata spontaneità che da sempre ha caratterizzato la nostra splendida manifestazione.

Mi rivedo ancora, io liceale assieme ad una fiumana di studenti viareggini, quando sgambettavamo e cantavamo con il professor Anichini, il capo della nostra armata 'brancaciortone' dello Scientifico, inondando i viali con balli e allegre cantate fino a perdere la voce. E mi piace, ancor oggi, vedere la gente muoversi sulle nostre musiche, emozionandosi (ed emozionando) per una strofa del Barghetti o del Malfatti. Mi piace quando sento che la tradizione viareggina è rispettata, amata e portata in scena orgogliosamente. Anche perché l'entusiasmo e l'amore che abbiamo noi per la nostra manifestazione non ha eguali altrove, forse nemmeno in Brasile.

Viceversa, la riproduzione scenica di un musical o di un balletto, la possono replicare (e magari meglio) anche altrove. Per questo vorrei un piccolo ritorno alle origini, alla sana e un po' folle spontaneità.

Siano allora benvenute le coreografie se servono, ma solo di tanto in tanto, per impreziosire l'impatto scenico e spettacolare di un carro che passa (ed i Lebigre, ad esempio, sono dei veri maestri in questo). Ma se invece diventano esse stesse, le coreografie, il sinonimo del carro e del carnevale… beh, il rischio che si corre è che tutto diventi più triste, banale, finto e meno… tipicamente viareggino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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