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Gli ultimi giorni di Romanini: "Girava armato per paura"
Camaiore: la Procura è convinta che Stefano fosse spaventato dal cugino Roberto, a processo per l’omicidio. La difesa invece sostiene che la vittima avesse problemi con altri creditori. "Su cui non si è indagato"
CAMAIORE. Stefano Romanini, l’imprenditore edile camaiorese ucciso a 47 anni in un agguato sotto casa, ha vissuto i suoi ultimi giorni nella paura. Tanto da andare in giro armato di pistola. A raccontarlo è uno dei testimoni nell’udienza di ieri in Corte d’Assise a Lucca, dove si tiene il processo sull’omicidio dell’imprenditore, avvenuto nel febbraio del 2011.
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Secondo quanto riferito dal testimone, Romanini «avrebbe portato in giro l’arma, senza avere il permesso necessario, già nel 2007-08. Periodo in cui era nella società Rb escavazioni assieme al cugino Roberto Romanini». Sull’origine di questi timori, però, accusa e difesa hanno opinioni diverse.
Secondo la Procura Stefano aveva paura proprio di Roberto, oggi a processo con l’accusa di essere il mandante del delitto. Del rapporto tra i due, del resto, sia le indagini che i procedimenti penali aperti - sul delitto come su altre vicende parallele - hanno già detto molto: dopo una prima fase in cui Stefano guardava a Roberto come a un dio capace di tutto, si erano create delle frizioni di tipo economico. Roberto era entrato nella Rb su richiesta del cugino, ma la situazione era precipitata nel giro di poco tempo. Stefano se n’era andato dalla società, e secondo quanto ammesso anche dagli avvocati difensori dell’imputato, tra i due era rimasto aperto un “conto” di 200.000 euro. Un debito che Roberto lamentava nei confronti del cugino, e che secondo la Procura è uno dei due possibili moventi dell’omicidio. L’altra ipotesi che avrebbe potuto spingere a pagare un killer per freddare Stefano, secondo gli inquirenti, è una polizia assicurativa sulla vita da 600.000 euro intestata proprio alla vittima. Con beneficiaria la società Rb.
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Secondo Marco Taddei e Elena Libone, difensori di Roberto Romanini, la questione va posta in modo diverso. «Dalle testimonianze che abbiamo presentato - spiega l’avvocato Taddei - emerge uno Stefano con molti problemi economici. E con vari creditori che bussavano alla sua porta». Uno dei testimoni, in particolare, ha riferito che degli ex colleghi si erano lamentati «per lavori fatti alla Cisalfa a Lido, che Stefano aveva riscosso senza pagare le spettanze degli altri». Per questo motivo, sostiene la difesa, era necessario indagare su più fronti, e non soltanto su quello di Roberto.
Nel frattempo i suoi legali confermano quanto si ipotizza da tempo: Roberto Romanini ha intenzione di rendere dichiarazioni spontanee. Avrebbe dovuto farlo martedì 2, invece lo farà nella prossima udienza, quella del 16 febbraio, a pochi giorni dalla sentenza (prevista per fine mese). Nello stesso periodo l’imputato dovrà tornare in tribunale, ma in Corte d’Assise d’Appello a Firenze, per il processo di secondo grado sul sequestro dell’ex socio in affari. Vicenda per cui Roberto Romanini è stato condannato a sedici anni di carcere.
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