Il Tirreno

Versilia

All’alba di dieci anni fa scattò la Grande Retata

di CORRADO BENZIO
All’alba di dieci anni fa scattò la Grande Retata

L’inchiesta della Procura portò in carcere la classe dirigente di mezza città Ma in sede di processo a Lucca sono stati riconosciuti solo dei reati minori

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di CORRADO BENZIO

Metà della gente era in piazza. Contenta, quasi felice, sicuramente sollevata. L’altra metà se ne stava in casa, a rimuginare. A domandarsi e dubitare. Ed il giorno dopo, tutti uniti, a mangiarsi con gli occhi i giornali, esauriti in poche ore, tanto che Tirreno e Nazione si andavano a comprare anche a Viareggio e financo a Torre del Lago.

Alle sette del 31 gennaio del 2016, giusto 10 anni fa, scattò la Grande Retata. In carcere finirono il sindaco Massimo Mallegni, l’assessore Alfredo Benedetti, l’architetto del Comune Dante Galli. E ancora due imprenditori come Franco e Mario Fantechi, il primo presidente degli albergatori di Marina di Pietrasanta. Fra chi finì ai domiciliari c’è anche il padre del sindaco Mario Mallegni, al tempo 64 anni e Adamo Bernardi, allora come oggi capo di gabinetto del primo cittadino.

Le accuse erano pesantissime, dall’associazione a delinquere all’abuso d’ufficio, dal voto di scambio alla corruzione. Molto si giocava su tutta una serie di operazioni immobiliari, dal famoso comparto 51alle case di via Ficalucci. Tutto sulla Marina, con qualche appendice in centro storico.

Massimo Mallegni aveva 36 anni ed era appena uscito dal voto per il secondo mandato. Un trionfo, nonostante il centrosinistra gli avesse opposto l’onorevole Carlo Carli, sottosegretario ai Beni Culturali. Fu un massacro. Mallegni superò il 60% dei voti, ottenendo anche il premio di maggioranza.

La Grande Retata fu firmata da Domenico Manzione e controfirmata dal procuratore della Repubblica di Lucca Giuseppe Quattrocchi e rifirmata dal gip Simone Silvestri. Nessun allora si scandalizzò del fatto che già si parlasse, a livello di centrodestra, di «giustizia familiare». La dottoressa Antonella Manzione denuncia Mallegni dopo che viene silurata da comandante dei vigili, il fratello lo manda in galera.

Era talmente andata avanti la guerra fra Mallegni e Manzione che il 2 febbraio, già «a bottega» da 48 ore, il sindaco avrebbe dovuto presentarsi a Genova al processo intentatogli dopo le accuse della «Vigilessa» – a Roma la chiamano così – per la famosa multa strappata all’auto blu del sindaco. Più una incredibile, per numero e consistenza, serie di presunti reati commessi da Mallegni ai dati della dottoressa Manzione: tentata estorsione, lesioni, falso, abuso d’ufficio.

Ed in pochi ricordano che prima di Mallegni a San Giorgio a Lucca ci finisce Athos Pastechi, presidente della circoscrizione Torre del Lago e vecchio dc poi passato a Forza Italia. Le ordinanze di custodia in carcere vengono firmate ancora una volta da Domenico Manzione. Che in passato aveva mandato a San Giorgio vicepresidenti della Provincia, ex sindaci e assessori di Viareggio (Bonucelli e Pagliarani). Peraltro tutti assolti (o quasi: Pastechi si becca la bancarotta, ma per una vicenda privata) .

Prima di Mallegni era stato indagato anche il sindaco di Camaiore, Giampaolo Bertola.

Il sindaco di Pietrasanta resterà in carcere in isolamento per 39 giorni. Poi si farà ai domiciliari tutta la carcerazione preventiva prevista dalla legge. Al processo – le sentenze vengono emesse il 3 aprile del 2012 – Mallegni verrà condannato per abuso d’ufficio (storia di un passo carrabile), violenza privata (contro alcuni vigili urbani) e corruzione impropria (per un viaggio fatto a Venezia con l’imprenditore Baldini). Nessuna di queste accuse, però, prevedeva, la carcerazione preventiva. Quel provvedimento del nostro apparato giudiziario che si era trasformato – mercé Mani Pulite – in una forma di condanna anticipata e soprattutto di una forma di pressione a parlare.

Le testimonianze dal carcere dicono tanto. Angelo Bonuccelli ricorda un vicino di cella che passava la notte fra urli e defecazioni. Mallegni ricorda la prima notte con un carcerato che continuava ad urlargli «Mallegni, impiccati». Evitava l’ispezione corporale, ma non di comprarsi spazzoloni e detersivo per rendere praticabile il bugliolo. Pochi possono essere mossi a pietà da questi racconti. Il politico se lo cerca e poi... gratta gratta c’è sempre qualcosa dice la vulgata.

Ma colpiscono i movimenti di quel 31 gennaio. La Finanza porta via Mallegni da casa, ma prima di San Giorgio lo fa portare alla scuola del Pollino per incontrare Marco. «Babbo starà via un po’ di tempo» spiega al figlio dopo avere premesso alle maestre sbigottite cosa gli stava succedendo.

L’imputato era guascone, sicuro di sè, un po’ troppo arrogante. Certo questo non l’ha aiutato verso una certa opinione pubblica, almeno quella che non aveva ricevuto i 4000 permessi edilizi rilasciati in 6 anni di potere. Una sorta– si parva licet – di Enzo Tortora. Come scrisse Cesare Garboli in un mirabile articolo intitolato : «Cambiate l’innocente».

Tortora era troppo antipatico e sicuro di sè, colto e mai rassegnato per risultare simpatico. Popolare certo, ma insomma non volgare: mai un congiuntivo se non sbagliato, almeno incerto.

Mallegni idem, ma viene meno al suo stile. Alfredo Benedetti quando viene assolto scoppia a piangere e chiede ai giornalisti: «Chi mi ridarà quei giorni in cella?». E non tornerà più a fare politica. Diverso il caso Mallegni, che continua a vivere di corsa. Prima aiuta i carcerati che sono vicini a lui. Poi torna in Comune a governare , ne esce a fine mandato nel 2010 e si prepara al processo con l’avvocato Sandro Guerra, nomen omen .

Udienza dopo udienza si smontano le prove dell’inchiesta. Non c’è il dottor Manzione a sostenere la pubblica accusa, anzi i pm cambiano nel corso del processo, fino a Salvatore Giannino.

Manzione è stato nominato procuratore capo ad Alba, Piemonte, la città del tartufo e della Ferrero.

Mallegni viene condannato-assolto. Gli altri, quasi niente. Ma l’ex primo cittadino viene assolto anche – in sede penale e civile – della valanga di accuse che gli arrivano da Antonella Manzione, nel frattempo diventata comandante a Verona, Livorno, Lucca e Firenze. Anche Quattrocchi sale di grado, diventa procuratore della Repubblica di Firenze.

Tutti fanno carriera, mentre Mallegni si difende. Dell’inchiesta restano veramente poche briciole, tanto che la Procura – un passaggio da brividi – decide di non presentare appello per le assoluzioni.

Stamani Mallegni tornerà a vedere la cella numero 17. Vedrà la cella mentre si prepara all’ultima mossa: presentare ricorso in Cassazione per vedere annullare le condanne. La prescrizione decisa in Appello è servita a bypassare la legge Severino, ma ora il nuovo ragazzo d’oro di Forza Italia vuole ottenere tutto.

Pietrasanta oggi ricorda distratta quel 31 gennaio di dieci anni fa. Ha visto tornare al potere Mallegni, ma ha anche visto – nei giorni di Domenico Lombardi sindaco – spesso in piazza il dottor Manzione, nel frattempo diventato sottosegretario all’Interno con delega all’immigrazione e cuore renziano (come da lui dichiarato). La sorella, come è noto, è diventata capo dell’ufficio giuridico di Palazzo Chigi, seguendo Renzi di cui fu collaboratrice principe quando il premier era sindaco di Firenze. Ma ha anche scritto un libro, Martina va alla guerra, dove si legge: «Lottare per la giustizia significa credere di essere nel giusto e non aspettare che lo affermi un giudice terreno».

Anche Mallegni oggi è molto romano. Frequenta Palazzo Grazioli dopo che Forza Italia ha visto uscire Denis Verdini, suo nemico giurato (quando fu arrestato parlò di Mallegni come di una mela marcia). Va spesso in tv, si prepara al grande salto nella politica nazionale. Ma dentro di sè ha un rovello: teme che il suo tempo sia scaduto. Dieci anni fa viaggiavano col vento in poppa sia lui che Berlusconi. Oggi il Cavaliere apprezza l’ex ragazzo della Marina, ma la sue era è finita.

Mallegni sognava Roma, la Grande Bellezza, oggi anch’egli teme che la Grande Retata lo abbia, definitivamente, azzoppato.

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