Il Tirreno

Versilia

Luciana, la piccola viareggina deportata

di Corrado Benzio
Le famiglie Pacifici, Molco e Procaccia in una foto scattata a Napoli
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Le famiglie Pacifici, Molco e Procaccia in una foto scattata a Napoli

Aveva soltanto otto mesi quando morì nel viaggio verso Auschwitz

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VIAREGGIO. Morì di stenti nel lungo viaggio da Milano, Repubblica di Salò, ad Auschwitz-Birkenau, Polonia. Ma sarebbe cambiato poco il destino della piccola Luciana. Una volta superato il cancello del campo di sterminio sarebbe stata selezionata e mandata nelle camera a gas come tutti i non abili al lavoro. Luciana Pacifici aveva solo 8 mesi, era nata a Napoli, ma figlia di un viareggino e catturata a Cerasomma, Lucca. Di fatto la vittima più piccola della Shoah nella nostra città.

A lei e al padre non venne risparmiato niente. Ci fu anche una trattativa segreta, che suscitò speranze, perché i repubblichini lasciassero libera la famiglia Pacifici. In cambio chiedevano soldi, ma lo scambio non andò a buon fine. E del resto ricorda un po’ la richiesta d’oro fatta dai nazisti agli ebrei romani. La consegna di centinaia di chili di metallo prezioso non salvò la comunità israelitica dalla famigerata retata nel Ghetto.

La storia di Luciana Pacifici l’ha studiata e ce l’ha raccontata la professoressa Silvia Angelini, viareggina, oggi ricercatrice dell’Isrec di Lucca, l’istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Luciana era nata il 28 maggio del 1943 all’ombra del Vesuvio. Il padre di Luciana era Loris Pacifici, nato a Livorno, ma cresciuto a Viareggio.

Le leggi razziali (1938) colpirono gli ebrei italiani, ma il peggio avvenne con lo scoppio della guerra. All’inizio del quarto anno di combattimenti, le sorti sembravano funeste per l’Asse. Loris Pacifici decise di fuggire da Napoli, straziata dai bombardamenti alleati. Era toscano e decise di risalire la Penisola e venire in Toscana. Viareggio era città fantasma. Si stabilirono a Cerasomma, vicino a Lucca, ospitati da parenti. Pensava di avere trovato un rifugio sicuro.

Con Loris Pacifici era fuggito da Napoli un altro ebreo. Si chiamava Aldo Procaccia. Lui era fiorentino, la moglie faceva Modigliani di cognome: più livornese di così? Gli intrecci familiari erano così fatti. Loris Pacifici aveva sposato Elda Procaccia, sorella di Aldo. E così Luciana si trovò a Cerasomma insieme al cuginetto Paolo Procaccia, nato a Napoli il 3 gennaio 1943. Le due famiglie fuggono dalla Campania senza sapere di finire nella bocca del leone. Dopo l’8 settembre i tempi sono terribili. Le donne vendono il loro corpo, gli uomini altri uomini: ebrei in primis. La spiata, la delazione è all’ordine del giorno. Tedeschi e nazisti favoriscono le soffiate. Soldi, permessi, medicine, anche donne: tutto aveva un prezzo.

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La caccia all’ebreo inizia con l’ordinanza del 20 novembre firmata da Buffarini Guidi, già potente capo della Polizia fascista poi a Salò. È pisano, Buffarini Guidi. Toscano come il fiorentino Pavolini, come l’aretino Tarchi, come il carrarino Ricci e i tanti altri toscani che circondano Mussolini sulle rive del Garda. Una delazione porta alla retata. È il 6 dicembre del 1943. Gli arresti vengono portati a termine dalla Guardia nazionale repubblicana, ovvero da italiani. Dei due gruppi familiari di 11 persone, ne vengono arrestati otto, gli altri non hanno alcun merito nello scampare: sono solo lontani da Cerasomma.

I piccoli Luciana Pacifici e Paolo Procaccia finiscono in un campo di raccolta a Bagni di Lucca. Aveva carattere provinciale ed era stato organizzato dopo l’ordinanza di Buffarini Guidi. Alla retata sfugge Sergio Oreste Molco, zio di Luciana, altro ebreo, molto conosciuto a Viareggio dove ancora riusciva a vivere. Per gli ebrei è iniziato il calvario. Non si conoscono ancora, almeno in Italia, i nomi di Dachau e Auschwitz, Mauthausen e Belsen Belsen. A Bagni di Lucca i maschi temono (soltanto?) di finire al lavoro coatto, o peggio nelle fabbriche in Germania. È la sorte, peraltro, già capitata ai soldati che hanno rifiutato di aderire a Salò.

Invece inizia il calvario. Prima vengono portati a Firenze, al carcere delle Murate. Ma poi non passeranno da Fossoli, Emilia, il campo di concentramento da cui si transitava per la Germania. Luciana e Paolo con le loro famiglie da Firenze finisconono a San Vittore. È la fine di gennaio 1944. Scaricati dai camion verranno portati al famigerato binario 21, dove partivano i convogli per i campi di sterminio.

Non si sa in che giorno i Pacifici e i Procaccia partirono per Auschwitz, insieme a migliaia di altri. Le ricerche storiche ci dicono che partirono sul convoglio numero 6 e scesero in Polonia, nella famosa stazione ricostruita in 100 pellicole, solo il 6 febbraio. Luciana, molto verosimilmente, non vide il famoso cancello con la scritta «Arbeit macht frei» (il lavoro rende liberi): morì di stenti durante il viaggio. Nessuno degli otto ebrei presi a Cerasomma tornò dalla Polonia.

Pochi giorni prima del loro viaggio verso il lager, il 20 gennaio 1944, venne arrestato a Viareggio anche Sergio Oreste Molco. Lo catturarono perché si dava un gran daffare per aiutare gli ebrei finiti a Bagni di Lucca. I suoi movimenti non passarano inosservati. E poi, non dimentichiamolo, era ebreo. Anche lui, inutile dirlo, non tornerà più.

Questa è la storia di Luciana (e di Paolo). È stata ricordata giovedì scorso a Cerasomma. C’erano Silvia Angelini e Stefano Bucciarelli, storico e presidente dell’Istituto della Resistenza. C’erano le rappresentanze dei deportati e dei reduci dai campi. Soprattutto era presente Nico Picozzi, giornalista e storico napoletano. E qui inizia un’altra storia, una vera scossa riservata alla nostra labile memoria.

Picozzi non solo ha raccontato la storia di Luciana ma ha anche promosso l’iniziativa perchè alla bambina le fosse dedicata una strada a Napoli. La proposta è stata fatta propria dal sindaco De Magistris. Tutto normale? Figuriamoci. Siamo a Napoli, città dove tutto è possibile, dove si va oltre il normale – spesso in senso brutto, talvolta in positivo.

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A Napoli per Luciana Pacifici non è stata individuata una nuova strada. Per la bambina colpevole solo di essere ebrea è stato deciso di reintitolare la via già dedicata a Gaetano Azzariti. Chi era costui? «Insigne» giurista era il presidente del Tribunale della Razza istituito dal Fascismo dopo l’emanazioni delle leggi razziali. Figura odiosa, da epurare? Ci mancherebbe anche quello in Italia. Dopo il 25 aprile diventerà capo di gabinetto del ministro di Grazia e Giustizia. Sì, proprio di Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, detto il lavandaio per come seppe riciclare i vecchi gerarchi. Il «Migliore» promosse Azzariti alla Corte Costituzionale, di cui divenne addirittura presidente. Una storia sudamericana: da re degli aguzzini degli ebrei a custode della carta costituzionale antifascista.

Ora via Azzariti si chiama via Luciana Pacifici. Sarebbe il caso che anche Viareggio – la città delle troppe smemoratezze – dedicasse una strada alla bambina. Siamo pieni di strade e scuole intitolate a gente inutile, ma non ricordiamo – come sottolinea la stessa Silvia Angelini – che a Viareggio la presenza ebrea era importante, con tanto di tempio per la preghiera, poco fuori il Tabarracci e cimitero ebraico al Marco Polo.

Del resto sia Loris Pacifici che Sergio Oreste Molco erano iscritti sin da bambini alla Croce Verde (poi sciolta dal Regime). E come ricorda Angelini: tracce di questa memoria si trovano sulla targa apposta due anni fa nella sala Barsanti della Croce Verde, in ricordo di Pacifici e Molco. Entrambi ritratti anche in una celebre foto del gruppo giovanile della Croce Verde. A questo punto non resta che ricordare la piccola Luciana.

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