La manifestazione
Remorini, condanna bis e arresto in aula
Anche per l’Appello merita 38 anni perché ha ucciso Maddalena e nascosto il cadavere della figlia Velia Carmazzi
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VIAREGGIO. Lo hanno arrestato in aula, una scena frequente nei tribunali di tutto il mondo. Molto meno in Italia. Dalla corte (d’assise) d’appello di Firenze non solo arriva la conferma della pesante condanna per Massimo Remorini – 38 anni in tutto – ma anche la decisione di farlo arrestare in aula e portarlo a Sollicciano.
Remorini, 59 anni, anche per l’appello, è l’uomo che nel 2010 avrebbe lasciato morire e nascosto il cadavere di Maddalena Semeraro, 80 anni all’epoca, insieme a quello della figlia Velia Carmazzi. La donna ne aveva 59 di anni; secondo la Corte sarebbe morta di inedia e non soppressa dal Remorini.
«Prima ancora della conferma della sentenza, contro la quale ricorreremo in Cassazione – dichiara a fine udienza l’avvocato Massimo Landi, difensore di Remorini – sono colpito dalla decisione della Corte di procedere all’arresto del mio assistito. Che mai si è sottratto alle udienze né a qualsiasi altro obbligo di legge. Nell’ordinanza si parla di un pericolo di fuga, alla luce anche della pesantezza della condanna. Ma niente dimostra che il mio assistito avesse o abbia intenzione di fuggire. Faremo ricorso, intanto mi sembra una decisione clamorosa ed insolita».
La sentenza conferma anche la condanna per Maria Casentini, la badante delle due donne, che ha preso 16 anni di carcere per avere aiutato Remorini.
Chi in qualche modo esulta per la sentenza e anche per l’immediata carcerazione è Aldo Lasagna, l’avvocato che ha sempre assistito Francesco Tureddi, il supertestimone di questo processo. L’uomo che ha sempre dichiarato, fin dalla trasmissione Chi l’ha visto? di avere visto madre e figlia morte. Lui già amico del commerciante e poi principale accusatore. «Sono contento che anche in appello la testimonianza di Tureddi è stata ritenuta attendibile. Riguardo alla carcerazione di Remorini voglio ricordare un solo particolare: in primo grado, a Lucca, minacciò pesantemente testimoni ed avvocati. Forse la corte di Firenze ha tenuto presente questo fatto».
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Il caso Remorini, o comunque delle donne scomparse, ha tenuto banco a Viareggio in questi anni. A parte le dimensioni della tragedia, sono anche i modi in cui si è sviluppata. Due donne, in una città moderna e aperta, scomparse nel nulla fra l’agosto ed il settembre del 2010. E vissute nel nulla, in un degrado da Terzo Mondo. E poi la figura del Remorini che veniva fuori. Una sorta di Landru, un seduttore – checchè il fisico possa far pensare ad altro – che conquistava donne per ottenerle i beni. Drammatica, sempre su RaiTre, l’intervista ad una infermiere del «Versilia» che era costretta alle rate di un finanziamento per quanto perso con Remorini al tempo del loro «fidanzamento». Un uomo tosto, Remorini. Aveva cimici dappertutto, intercettato fin nell’intimo. Certo lo sapeva, ma non si è mai tradito. Mai una frase sbagliata che lasciasse immaginare qualcosa. Perché il giallo di Maddalena e Velia non si chiude con la sentenza d’Appello. Resta il mistero dove siano finite madre e figlia, dopo la morte. Sono sparite da quel campo di Torre del Lago, portate via da Remorini. Questo dice la giustizia italiana. In molti sospettano che qualcuno abbia anche visto queste manovre, ma non si sia mai esposto, mai fatto denunce.
Solo Tureddi, 60 anni portati con disperazione, ha parlato, dichiarando di avere visto le donne morte. Su di lui – uomo con mille problemi – si è basata buona parte dell’inchiesta. La sua testimonianza ha superato l’esame di due giurie popolari. Non poco. Il caso non è chiuso finché non si saprà che fino hanno fatto le due donne. Remorini è ora in carcere. Solo la Cassazione, ormai, potrebbe farlo uscire.
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