Sicurezza
Delitto Romanini, al processo spunta il nome di Vincenzo Saetta
In aula il racconto di una presunta lite tra la vittima e il viareggino condannato per usura ed estorsione La polizia è convinta che fu un depistaggio. Intanto si ipotizza che il killer possa essere in Germania
CAMAIORE. Spunta il nome di Vincenzo Saetta al processo per l’omicidio di Stefano Romanini, ucciso a 47 anni con nove colpi di pistola sotto casa. A farlo in Corte d’Assise è uno dei poliziotti che ha indagato sul delitto. Ma non per fini accusatori, anzi. Gli agenti, dopo aver fatto le prime verifiche, si convinsero che il nome di Saetta - condannato a luglio dell’anno scorso per usura ed estorsione - fu usato per un tentativo di depistaggio. L’obiettivo, secondo gli inquirenti, era sviare i sospetti dall’accusato principale, l’imprenditore Roberto Romanini, 65 anni. Che è alla sbarra come unico imputato per il delitto del cugino, avvenuto nel febbraio del 2011.
Secondo quanto ricostruito in tribunale dal poliziotto che ha testimoniato, furono i carabinieri di Camaiore a raccontare di una presunta lite tra Stefano Romanini e Vincenzo Saetta. Il motivo? I soldi che Romanini avrebbe avuto in prestito da Saetta, poi finito sotto processo (e condannato a sedici anni) per usura. Ma la polizia non ha creduto a questa versione, perché Saetta era già sorvegliato dall’Interpol e difficilmente avrebbe potuto rendersi protagonista di un episodio simile. Insomma: secondo gli inquirenti si trattò di una falsa pista. L’avvocato Marco Taddei, che difende Roberto Romanini assieme alla collega Elena Libone, assicura che il suo assistito «non ha mai fatto il nome di Saetta agli inquirenti, limitandosi a parlare dei problemi economici del cugino».
Sempre nel corso dell’udienza di ieri, i periti balistici della Procura hanno presentato la loro relazione sui bossoli trovati sul luogo del delitto e le armi contenute in una valigetta ritrovata dalla polizia. Gli inquirenti hanno ipotizzato che questa valigetta, abbandonata in zona Varignano, fosse il kit dell’assassino. Ma i periti hanno affermato che la compatibilità tra le armi e i proiettili usati per l’omicidio è solo di natura commerciale. In pratica, sono entrambe calibro 9 e della stessa marca, la Starline. Ma la somiglianza finisce qui.
Il processo tornerà in Corte d’Assise a Lucca il 2 febbraio, quando con ogni probabilità ci sarà l’esame dell’imputato. Entro la fine del mese è attesa la sentenza. Nessuna traccia ancora del killer, che si ipotizza possa essere nascosto in Germania: una lacuna, nell’inchiesta e nel processo, che sicuramente pesa. Nonostante questo, la famiglia di Stefano Romanini si dice fiduciosa «per l’ottimo lavoro svolto dalla questura di Lucca e per il fatto che il processo possa arrivare a rapida conclusione». Stessa fiducia che esprime l’avvocato Taddei a proposito del destino del suo assistito.
@matteotuccini
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