Gioco
Parola d’artista: nel nostro mondo troppa corruzione
Giuseppe Bergomi a ruota libera: avrei tante idee per Pietrasanta ma preferisco fare lo scultore
di DOMENICO LOMBARDI
Fiero sostenitore della forma, poetico e carnale, minuzioso e diretto, l’artista Giuseppe Bergomi parla di sé, della sua arte, di Pietrasanta e del rischio di una deriva artistica. Dopo il ritratto di Maria Gamundi, continua il viaggio tra gli artisti della Piccola Atene della Versilia con il contributo, tutt’altro che scontato, del grande scultore bresciano.
Da quanto sei a Pietrasanta?
«Da oltre venti anni. Nel 1990 fu Philippe Daverio a segnalarmi i maestri artigiani di Pietrasanta per la fusione delle mie opere, in particolare per le patine. Mi indicò la fonderia Tesconi con la quale lavorai alcuni anni. Poi, dal 1996, mi trasferii alla fonderia Mariani dove ancora oggi lavoro. Gli artigiani sono sicuramente il patrimonio di Pietrasanta».
Quali sono gli spazi della tua arte?
«Gli spazi sono da cercare in alcune componenti che fanno parte del mio vissuto. La scultura e la pittura per diventare arte devono essere l'equivalente formale delle cose che conosci e che ami. La negazione della forma è una menzogna colossale. La forma ultimamente comincia ad essere dimenticata e sostituita da una unilaterale idea di concettualità realizzata da altre mani, mezzi virtuali o meccanici. Non si guarda con la macchina fotografica, ma con due occhi, nella continuità del tempo, con la memoria e l’emozione. È la sintesi di questi aspetti che danno la percezione vera della realtà. Il vissuto è quello che vivi e vedi più intensamente tutti i giorni; diventa pertanto necessario costruirlo e rappresentarlo dandogli una forma. L’abilità sta nel ricostruire la spazialità, l'identità, la luce, le caratteristiche del soggetto che ci sta davanti. Siamo soggetti sensoriali e fuori dal sensoriale non c’è arte. E lo sforzo di dar forma può diventare poesia. Il percorso e la fatica che si fanno attraverso il linguaggio, per tradurre un'immagine che si avvicini il più possibile alla nostra sensibilità, è quello che conta».
Quali sono i materiali con i quali ti sei confrontato?
«Diversi materiali hanno suscitato il mio interesse. Le terrecotte con gli smalti, il mosaico che posso abbinare alla ceramica, alla quale sto lavorando ultimamente. Il bronzo che ha caratterizzato molte mie opere».
Quali sono gli artisti che ammiri di più?
«Antonio López, Lucian Freud, Andrew Wjeth, David Hockney».
Se tu fossi responsabile della cultura a Pietrasanta cosa faresti?
«Mi metterei le mani nei capelli, non solo a Pietrasanta ma anche altrove. Il mondo dell'arte è molto superficiale e intriso di una corruzione subdola. Un mondo corrotto come quello della politica; ecco perché mi metterei le mani nei capelli. Certamente si può parlare di questione morale anche nel mondo dell'arte. Con molta chiarezza devo dire che faccio lo scultore e nel ruolo di responsabile sarei fazioso ma forse farei qualche bella mostra. Il Museo dei Bozzetti è una realtà eccezionale, particolarmente interessante per la storia della scultura. Il Parco Internazionale della Scultura richiede una riflessione preliminare. La scultura va inserita in un contesto urbano-architettonico che la giustifichi, non a casaccio. La scultura è tutto tranne che arredo urbano. È opportuno fare valutazioni puntuali per ogni opera in rapporto ai luoghi che l'andranno ad ospitare. Un Museo della Scultura a Pietrasanta è necessario e lo sottolineo con forza. La città deve riuscire a darsi una memoria storica importante. In queste scelte sono fondamentali l’equilibrio e la misura. Con la volgarità e i proclami non si va da nessuna parte».
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