Il Tirreno

Versilia

Quei quattro eroi inghiottiti nell’abisso

di PAOLO FORNACIARI
Quei quattro eroi inghiottiti nell’abisso

Ottantacinque anni fa la tragedia dell’Artiglio in cui morirono i palombari viareggini

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di PAOLO FORNACIARI

«Quando filare sui bastimenti sul mare a discrezione dei venti pareva agevole cosa, i Nostri son voluti scendere nelle spelonche paurose nelle viscere di quel divoratore implacabile e insaziabile onde strappargli le prede e le vittime. Lotta titanica del piccolo uomo, armato soltanto di ardimento, contro il gigante che stringe la terra. Il mare che spezza le rupi, scuote la terra, inghiotte le fiumare, la voragine immensa e tenebrosa, si dovette alleare col fuoco per annientare quelli dell’Artiglio. Ma la lotta continua».

Così fu sintetizzata l’epopea dei palombari viareggini e la tremenda esplosione che il 7 dicembre del 1930, allora era domenica, travolse ed affondò l’Artiglio mentre si trovava impegnato nella demolizione del piroscafo “Florence”, causando dodici vittime. Quattro i viareggini, i palombari Alberto Gianni, Aristide Franceschi, Alberto Bargellini e il marinaio Romualdo Cortopassi, che andarono ad aumentare l’elenco dei caduti della nostra marineria.

Il doloroso episodio, comunque, non sminuì le imprese dell’Artiglio, la localizzazione del relitto dell'Egypt, allora ritenuta impossibile, e il recupero del suo prezioso carico dal fondo dell'Oceano.

L’impresa dell'Artiglio, portata a termine dall'Artiglio II fu l’operazione più straordinaria di tutti i tempi. Allora il nome dell’Artiglio si tinse d'oro, ma sotto l’oro vi è l'intelligenza, il lavoro, la fatica, il sudore ed il sangue dei palombari e dei marinai viareggini.

La storia dell’Artiglio inizia con Alberto Gianni, ma non è solo la storia del suo ingegno e del suo coraggio, ma è storia di uomini, che sfidando gli abissi marini compirono imprese che ancor oggi non trovano confronti nel campo dei recuperi alle grandi profondità.

Tutto ebbe inizio quando Alberto Gianni, palombaro già famoso, incontrò Giovanni Quaglia, fondatore ed amministratore della SoRiMa, una società di recuperi marittimi, da poco attiva a Genova.

Al Gianni, la SoRiMa affidò la flottiglia destinata ai recuperi: le navi Artiglio, Rostro, Raffio, e Arpione.

Con il Gianni erano i palombari Aristide Franceschi e Alberto Bargellini, Mario Raffaelli, Raffaello Mancini, i fratelli Fortunato e Donato Sodini, Giovanni Lenci e Carlo Domenici. Con questi “predatori” nasceva una nuova era delle grandi imprese negli abissi marini.

Con i mezzi e gli uomini a disposizione, la SoRiMa pensò al recupero dei carichi dei relitti dispersi sul fondo dell’oceano. Le eccezionali potenzialità operative dei palombari viareggini crearono le premesse per l’impresa, la più grande e ambiziosa che mai fosse stata affrontata, della localizzazione e del recupero del prezioso carico dell'Egypt, colato a picco in un punto imprecisato nel tratto sud-occidentale della Manica, che conservava a quasi centotrenta metri di profondità cinque tonnellate e mezzo di oro e quarantatré tonnellate di argento, per un valore di oltre c inque milioni e mezzo di dollari di allora.

Era il 12 settembre del 1929, quando l’Artiglio si diresse a Brest per occuparsi della localizzazione dell'Egypt. L'Egypt era un vero “ago nel pagliaio” e la localizzazione de. l relitto fu un'impresa pari a quella del recupero del suo prezioso carico.

Soltanto alla fine del mese di agosto del 1930 fu incocciato un relitto: era l’Egypt ? Alberto Gianni il 26 agosto così scrisse alla moglie. «Cara Maria, stanotte partiamo tentando di visitare per la prima volta L’Egypt, se sarà. Da molti particolari crediamo che si tratti veramente dell’Egypt e d’altra parte i due vapori che esistono oltre l’Egypt gli abbiamo già visitati, quindi bisognerebbe che esistesse un altro vapore sconosciuto proprio nel punto dove deve essere l’Egypt. Poi, per darci più speranze, il rilevamento radio cronometrico combina esattamente sul rilevamento fatto dall’Egypt al momento del naufragio. Tenendo in conto questi ed altri particolari, riteniamo di aver trovato l’Egypt. Per ora non gusto ancora la gioia del successo perché qualche dubbio non bene fondato mi tiene preoccupato e questa ore d’attesa mi sono eterne».

Fugati i dubbi, il 31 agosto Alberto Gianni con questa breve missiva comunicò alla moglie il ritrovamento dell’Egypt: «In fretta due righe che ti mando di sul l'Egypt che oggi io stesso ho verificato personalmente. La grande mole posa pari sul fondo alla profondità di centoventi metri e si presenta bene sotto ogni rapporto. Dagli occhi mi cadono lacrime di commozione e vorrei in questo momento abbracciarti per ringraziarti del coraggio che mi hai sempre dato».

La stagione era ormai troppo avanzata ed allora fu deciso di rimandare le operazioni di recupero e l'Artiglio fu inviato a Saint-Nazaire per demolire la carcassa del Florence che giaceva, con il suo carico di centocinquanta tonnellate, tra esplosivo e munizioni, a sedici metri di profondità, ostacolando l'ingresso della baia. L’operazione di smantellamento era molto pericolosa e consisteva nel far esplodere cariche per aprire un varco nella stiva della nave.

La demolizione iniziò il 4 ottobre 1930. I palombari sistemavano le cariche, che venivano poi fatte esplodere dall’Artiglio tramite cavo elettrico, a distanza di sicurezza. Passavano i giorni e il Florence restava sempre da demolire, nonostante aumentassero le cariche esplose, diminuisse la lunghezza del cavo elettrico e di pari passo la distanza di sicurezza.

Il 25 novembre del 1930, Gianni scrisse alla moglie: «Qua i temporali si rincorrono uno dietro l’altro senza farci più mettere il muso fuori del porto. Questo stato di cose io l’ho comunicato alla Sorima, e particolarmente al Comm. Quaglia che sono certo prenderà provvedimenti, ci farà certamente rientrare in Brest per il disarmo, e quindi spero senz’altro venire presto a Viareggio. Ormai è un desiderio, venuto un'ossessione, ma che ormai non possiamo dilatarlo. Vedrai che da un giorno all'altro avremo ordini di rientrare».

Ma il Quaglia, alle insistite richieste del Gianni, rispondeva: «Se vi interessa passare le feste a casa, dovete spicciarvi". E siamo alla domenica del 7 dicembre 1930, il giorno fatale. Dopo aver piazzato le cariche, l'Artiglio si portò a distanza di sicurezza, questa volta a soli 160 metri. Il Gianni ordinò: "Dinamo!". Poi si guardò intorno e collegò i fili elettrici. Con un boato spaventoso, un'enorme colonna d'acqua e di ferro si sollevò al cielo: era scoppiato tutto l'esplosivo del Florence. L’Artiglio ed il Florence non esistevano più e la notizia della tragedia fece subito il giro del mondo.

Mario Raffaelli, palombaro del Rostro e poi capo palombaro dell'Artiglio II, il 13 dicembre 1930, così descrisse il fatto: «Il giorno 7 dicembre l’Artiglio si trovava a lavorare a poppa e quindi più a contatto del micidiale nemico. Sei bombe fatte esplodere, davano l’accensione a questa enorme carica, che travolgeva la nave e la inghiottiva in pochi secondi, riducendola ad un ammasso di ferraglia. Essendovi su questa molti dei dispersi, vennero travolti ed investiti dalla colonna enorme d'acqua e materiale, senza poter trovare una via di salvezza».

Poi, il 27 dicembre Raffaelli ai giornalisti dichiarò: «Fu immediata la percezione della catastrofica esplosione del Florence, mentre una immensa colonna, o meglio, una montagna addirittura d'acqua, di fumo e di fuoco si sprigionava dal mare come se un terribile enorme vulcano si fosse aperto nel canale di Quiberon. Quando fu possibile scrutare con lo sguardo verso il punto dell'esplosione, il mare era completamente sgombro. Anche l'Artiglio era stato inghiottito in quell'inferno. Venti minuti dopo, dalle lance del Rostro venivano raccolti sette naufraghi affranti, avviliti e alcuni feriti. Poco dopo anche i corpi di Gianni e Franceschi venivano raccolti dal Rostro. Il capo dei palombari più ardimentosi e bravi del mondo sembrava ancora vivo e per circa due ore gli fu praticata la respirazione artificiale, ma invano, ché ogni più disperato tentativo fu inutile. Anche Franceschi era già cadavere».

Molti pensarono allora che mai più si sarebbe parlato del recupero dell'Egypt. Ma altri palombari viareggini, cresciuti alla “scuola” del Gianni, erano pronti a portare avanti l'impresa: Mario Raffaelli, Raffaello Mancini, i fratelli Sodini, il giovane Giovanni Lenci.

Nasceva così l'Artiglio II per strappare al mare il tesoro dell'Egypt.

Il tesoro dell’Egypt, con un’impresa che sa di leggenda, fu portato in superficie: già nel 1933 erano state recuperate sei tonnellate e mezzo d'oro e quarantaquattro di argento, qualche tonnellata in più di quanto era stato denunciato all'assicurazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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