Gioco
Vittima di stalking: "Così quell'uomo ha rubato la mia vita"
Il racconto di quattro anni da incubo. «Quando l’ho visto davanti a me con un coltello ho pensato: non rivedrò più mio figlio»
PIETRASANTA. «Sono stati 4 anni e mezzo di non vita, di paure e sofferenza. Fino a quel mattino quando me lo sono visto davanti con un coltello in mano. E ho immediatamente pensato che non avrei più visto mio figlio».
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Elena Leonardi ha il sorriso stanco e gli occhi lucidi: serve caffè e paste, dal banco della Torrefazione in via Mazzini, con la solita gentilezza. Ma il pensiero, oggi, non può non andare alla sentenza che ha visto l’uomo che l’ha tormentata dal 2010 fino a poche settimane fa, condannato a 3 anni, complessivi, di reclusione. «Non ero presente al momento della sentenza del giudice, e forse è stato meglio così», sospira Elena. Che alla soglia dei 42 anni prova a tornare a vivere. «Ma non sarà facile: ancora oggi al lavoro, mi accompagna mio padre. E quando sono sola, continuo a guardarmi intorno. Non sono serena: ci vorrà tempo».
Elena riavvolge il nastro della memoria: istantanee sfuocate dal terrore e dall’impotenza, dalla sopraffazione verbale e dalle minacce sempre meno silenti. «Ho visto quell’uomo che ha rovinato la vita a me e ai miei cari, la prima volta nel bar: lo servii. Lavorava qui vicino, il suo modo di fare non mi piaceva. Presi dubito le distanze, cercando di mettere le cose in chiaro. Inutilmente, però, visto che il suo approccio non ammetteva replica. Gli spiegai che per la sottoscritta contava solo la sua famiglia e che pretendevo rispetto. Niente, come parole al vento. All’inizio - prosegue - scelsi di non fare precipitare la situazione, provai a gestirla da sola senza coinvolgere altre persone. Poi, di fronte alla sua insistenza crescente, mi rivolsi ai carabinieri.
Fu convocato, ci parlarono. Tutto inutile, anche questo. Nel frattempo la mia vita si trasformava, in peggio: mi confidai con mio marito, non fu semplice per lui comprendere. Poi la situazione degenerò». Lo stalker, ad ondate cicliche, la ossessiona, la tormenta: conosce ogni suo movimento, l’orario in cui va al lavoro, quando chiude bottega per andare a prendere il figlio a scuola, le sue amicizie.
«Non c’era più difesa: mio padre, da anni, alle 5 e un quarto del mattino, mi accompagna al lavoro. Se andavo a fare una passeggiata cercavo di non essere sola: nel frattempo quell’uomo mi spediva lettere, telefonava a casa, scattava foto a mia insaputa, creava falsi profili pornografici, a mio nome e di un’amica, su Facebook. Non è mai andato oltre e per oltre intendo mettermi le mani addosso. Ma il suo atteggiamento, persecutorio, aveva reso la mia vita un incubo dal quale mi sembrava impossibile uscire. Avevo paura per il mio bambino, per le persone che mi stavano vicino: una mia amica venne minacciata di morte. Conosceva ogni cosa riguardante la mia persona. Alla fine, in questi casi, non sai più cosa fare, se uscire di casa, se nasconderti o difenderti in qualche modo. E’ come se ti avessero rubato la tua vita».
Elena, nel momento della disperazione, ha poi trovato supporto e aiuto nella Polizia municipale.
«Sono stati meravigliosi, dal responsabile del comando Giovanni Fiori alle vigilesse: veri angeli. Dai vigili che passavano a sincerarsi delle mie condizioni nel bar alla possibilità, data sempre dal Comando, di parcheggiare dietro la sede del Comando. Li ringrazio e li abbraccio così come devo ringraziare le mie amiche, in particolare Michela e Sara».
Lo stalker, siamo ad inizio novembre, viene processato: dopo la sentenza lo mettono ai domiciliari. La sera viene però trovato in un comune vicino a bere con alcuni amici. Ancora una volta identificato, scatta una nuova denuncia per evasione. «La mattina dopo il processo esco di casa per andare al lavoro: quando me lo vedo davanti - ricorda Sara - nel loggiato del palazzo dove abito, con un coltello in mano, per un istante ho pensato di morire. Poi ho reagito, ho cominciato a gridare e a scappare. Ed anche lui, quell’uomo, è scappato. Ma l’immagine di quel coltello, non riesco a cancellarla».
Adesso però, per Elena, è tempo di tornare a riprendersi la propria vita. «Chi subisce queste violenze deve avere la forza di denunciare e di affrontare tutto quello che ne consegue, condividendo ogni passaggio con i propri familiari. Solo così, forse, se ne esce. Anche se quello che hai passato, alla fine, ti resta dentro».
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