Toscana
Così Manuele è stato schiacciato dalla furia omicida
Le motivazioni con le quali il Tribunale dei minori ha condannato chi sferrò i colpi fatali con il casco
VIAREGGIO. Il corpo, a terra in via Coppino, e quel grido nella notte che avrebbe dovuto essere di festa: «Ti prego... Smettila! Lo stai uccidendo!». È la sintesi di un omicidio consumato per strada. Una vita perduta perché un ragazzino cercava una sigaretta. Halloween 2014, in Darsena. Le ultime ore di Manuele Iacconi, 34 anni, ricostruite nella sentenza che ha condannato a dodici anni di reclusione, per omicidio volontario, un minorenne viareggino.
«Iacconi correva verso di me ed era inseguito da un ragazzo con una giacchetta blu il quale lo colpiva e lo faceva cadere a terra. Una volta a terra, lo stesso individuo lo colpiva più volte, con un casco di colore scuro, al capo». È una delle testimonianze raccolte nell’immediatezza dei fatti dagli inquirenti (polizia del commissariato di Viareggio). Testimonianze alle quale il gup del Tribunale dei minori di Firenze, Monica Gaggelli, ha attribuito credibilità massima.
Manuele scappa. L’assurdo diverbio avuto in mezzo alla strada, con quel ragazzino spuntato dal nulla a sbracciarsi verso le auto che passano, sta per trasformarsi in assurda tragedia. Un attimo prima si è ritrovato a terra, insieme all’amico Matteo Lasurdi, dopo essere stato preso a pugni da Federico Bianchi, uno dei due maggiorenni coinvolti nella vicenda giudiziaria per la parte di cui è competente la Procura di Lucca. «Riconosco nella foto il giovane che ha sferrato i cazzotti facendoli cadere entrambi a terra...Ho visto la scena da molto vicino...», dirà agli inquirenti uno dei testimoni di fronte alla foto di Bianchi.
Corre, Manuele, negli ultimi attimi della sua esistenza. Quegli stessi attimi che il giudice descrive come il «tragico tentativo di fuga intrapreso, inseguito dall’imputato». Fuga senza scampo. Il diciassettenne «impugna con la mano destra il casco di colore scuro con il quale, raggiunto nel giro di alcuni metri lo sventurato, prima lo colpisce da dietro facendolo cadere a terra, quindi - dando sfogo ad una brutale violenza - ponendosi a cavalcioni sopra di lui, continua a sferrargli ripetuti colpi tutti diretti alla testa, con il casco a quel punto afferrato con entrambe le mani, così da imprimere maggiore forza alla sua azione».
Chi tenta di intervenire su quel groviglio di violenza rischia di fare la stessa fine. Chi assiste impotente alla scena metterà a verbale: «Impugnando una prima volta il casco con un una mano lo colpiva volontariamente al capo, e quindi, con estrema violenza, impugnato il casco a due mani, lo lanciava contro la testa del ferito che era esanime a terra». Manuele resisterà un mese, vegliato in ospedale dai suoi familiari che non ha mai potuto rivedere. I colpi a cranio e volto, infatti, l’hanno ridotto in coma.
Il ferimento di Lasurdi. Stessa sorte poteva toccare al suo amico, Matteo Lasurdi, 31 anni. Un testimone al volante di un’auto che in quei momenti procede a passo d’uomo, visto il caos che in quel momento c’è in via Coppino, nota un motorino, guidato da una ragazza, dal quale scende il passeggero. «Si è tolto il casco - è la ricostruzione dei fatti - e si è avvicinato ad un gruppo di persone nei pressi del marciapiede...Poi, senza alcun apparente motivo, con il casco che aveva in mano ha colpito alla testa, da tergo, un uomo». La persona colpita cade: «E nonostante ciò, l'altro ha continuato a colpirlo, sempre con il casco. Mentre era terra». Vicino, sdraiato sull’asfalto, c’è un altra persona: Iacconi, già agonizzante.
Il testimone fornisce la descrizione del giovane sceso dallo scooter. E gli inquirenti arrivano dritti ad un altro minorenne, amico stretto del coetaneo che ha ucciso Manuele. Lo stesso che un anno dopo, proprio in questi giorni, si è reso protagonista dell’aggressione ad un barista diciottenne a Torre del Lago. Collezionando una nuova denuncia.
Il giudice del Tribunale dei minori di Firenze - nell’emettere la sentenza che contiene ampia e dettagliata ricostruzione dei fatti, scagiona il colpevole dell’omicidio Iacconi da ogni responsabilità sul tentato omicidio nei confronti di Lasurdi. Una decisione che aggrava sicuramente la posizione dell’altro ex minorenne, finito agli arresti in un primo momento, ma oggi libero. Anche di scrivere su Facebook che quella notte di Halloween, lui ed il suo amico hanno avuto «sfiga».
Omicidio volontario. Per quanto riguarda il responsabile della morte di Manuele Iacconi (la cui famiglia è assistita dall’avvocato Riccardo Carloni), il giudice conclude: «Pienamente provata deve ritenersi la responsabilità dell'imputato per aver cagionato la morte di Manuele Iacconi, a titolo di omicidio volontario, e non già a titolo di delitto preterintenzionale, secondo la derubricazione invocata dalla difesa, che dalle risultanze istruttorie non solo non è riscontrata, ma viene confutata».
Un quadro al quale il Tribunale somma il comportamento del giovanissimo (che in un anno - tra 2013 e 2014 - aveva messo insieme una denuncia per aver spaccato la faccia ad un altro giovane ed aveva subito un arresto per un’altra vicenda), fin dal momento della sua prima confessione, resa spontaneamente alla presenza del suo legale, avvocato Giacomo Ciardelli. Mettendo in evidenza quella che viene definita «quota non trascurabile di insincerità dell’imputato nella ricostruzione dei fatti-reato». Insincerità supportata, tra l’altro, dal fatto che in un anno sono state fornite «tre versioni diverse dei fatti e del ruolo avuto».
Fatti che il giudice riassume con un’immagine più che efficace, nelle motivazioni della sentenza: «Un’impressionante impennata di violenza, seguita ad una banale lite, al crocevia di una strada, nella sventurata notte di Halloween». Quadro nel quale «natura e localizzazione delle lesioni, intensità, direzione, reiterazione dei colpi, strumento utilizzato per infliggerli, posizione reciproca di aggressore ed aggredito, denotano e tracciano anche la direzione dell'animus ovvero della volontà sottostante al suo agire, che è evidentemente improntata non al solo ledere con esclusione della previsione della morte, bensì comprende anche quest'ultimo evento».
I maggiorenni. «Si fa così...Finiscilo tu...». È il maggio 2015 quando il giovanissimo che si avvia alla condanna per omicidio volontario, in un nuovo interrogatorio, chiama a correo Alessio Fialdini, il maggiorenne che, con Federico Bianchi è ancora in attesa dell’esito del procedimento aperto dalla Procura di Lucca con l’accusa di omicidio. Lo scorso aprile il Tribunale del Riesame di Firenze ha respinto la richiesta di custodia cautelare avanzata dal pm Sara Polino, che aveva fatto appello contro la decisione del gip del tribunale di Lucca. Entrambi sono accusati di omicidio volontario e tentato omicidio.
Il tentativo del giovane condannato di coinvolgere nel pestaggio a Iacconi anche Fialdini non convince il giudice del Tribunale dei minori. Almeno per quanto riguarda gli attimi che Manuele trascorre a terra, pestato a morte. «Anche a voler dare credibilità alle dichiarazioni dell'imputato in ordine al fatto che questo primo colpo di casco inferto da Fialdini cagionava una seconda caduta a lacconi (dopo quella determinata da Bianchi) - scrive il giudice Gaggelli - è in ogni caso incontrovertibilmente provato dalle prove testimoniali che per la seconda volta lacconi si rialza e cerca di fuggire. E, quindi evidentemente le sue condizioni glielo consentono. Ma è a tal punto inseguito - con il casco recuperato da terra ovvero passatogli da Fialdini - dall’imputato che non gli darà più scampo».
Per Federico Bianchi, invece, la sentenza del Tribunale dei minori offre un elemento di alleggerimento della posizione: «A Bianchi è invero attribuibile - scrive il giudice - soltanto un pugno energico determinante una prima caduta a terra di lacconi ed anche di Lasurdi, nella fase assolutamente iniziale del riaccendersi della lite che in seguito però non lo vede più operativo».
Ad entrambi i maggiorenni, però, la Procura di Lucca imputa anche di non essere intervenuti per impedire il tragico epilogo di una notte di folle violenza.
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