Il Tirreno

Versilia

Terrore al Maki «Vi ammazziamo»

di Matteo Tuccinie Donatella Francesconi
Terrore al Maki «Vi ammazziamo»

Respinti per due volte dagli addetti del locale, lo assediano con una scimitarra e un fucile: la polizia sulle loro tracce

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VIAREGGIO. «Vi ammazziamo tutti». Sono le 3,30 di venerdì mattina quando due uomini di origine nordafricana si presentano armati di una scimitarra e di un fucile di fronte al Maki Maki, uno dei più noti locali del viale Europa in Darsena. Sono stati respinti per due volte dalla sorveglianza mentre cercavano di entrare: troppo ubriachi, troppo molesti. E ora che il Maki è chiuso al pubblico cercano la rivalsa.

L’assedio dura cinque minuti. Minuti di terrore, racconteranno il gestore Emiliano Cerri e il personale di vigilanza agli agenti di polizia, chiamati mentre loro si trovavano barricati all’interno. Quando arriva la Volante, però, i due aggressori sono già fuggiti. E ora la polizia è sulle loro tracce: pare che siano elementi già conosciuti dalle forze dell’ordine.

Un assalto armato a un locale è qualcosa di mai visto negli ultimi anni, nemmeno nel turbolento Vialone. E fa pensare subito agli attentati di Parigi. Qui la religione e l’Isis non c’entrano, si tratta di due balordi con ben altre pretese. Ma la tragedia poteva scapparci lo stesso. E il dibattito sulla sicurezza - sia in questa zona che nel resto della città - torna a prendere fuoco.

L’episodio avviene subito dopo la serata del giovedì, sempre molto frequentata al Maki. I due stranieri provano a entrare intorno alle 2,30, senza riuscirci. Gli addetti alla sicurezza li rimandano indietro.

«Poi, quando avevamo già chiuso e stavamo facendo i conti - racconta Emiliano Cerri, uno dei gestori - hanno sfondato la recinzione sul retro e strappato la tenda. I nostri buttafuori sono di nuovo intervenuti». Tempo dieci minuti, e i due si ripresentano. A quel punto - così la ricostruzione – non sono a mani vuote: «Uno aveva una grossa scimitarra (spada ricurva tradizionale dei paesi arabi, ndr) e l’altro imbracciava un fucile».

Sia Cerri che i vigilantes si barricano dentro per non farli entrare, mentre i due aggressori girano intorno al locale come due leoni inferociti. Urlando di tutto. Forse giocano anche sul fatto che in questi giorni basta vedere un volto con lineamenti orientali per avere paura. Ma si tratta di un trucchetto, questa vicenda non ha nulla a che vedere con i fatti ben più gravi di questi giorni. «Sono stati cinque minuti di terrore» racconteranno comunque i protagonisti involontari dell’episodio. Tra le testimonianze, a rischio scampato, qualcuno dirà che si trattava di un fucile ad aria compressa: «Eravamo asserragliati nel locale, in quelle situazioni non è che sei capace di fare distinzione», continua Cerri. La polizia sta eseguendo accertamenti proprio sul tipo di arma che sarebbe stata usata come minaccia. Nel frattempo prosegue la caccia: quando è arrivata la Volante del commissariato gli aggressori se n’erano andati. Ma trovarli non sarà difficile. «Sono persone che fanno parte di quel gruppo di sei-otto nordafricani che stazionano perennemente sul Vialone, fuori da locali», prosegue la testimonianza: «Uno dei due, in particolare, è un frequentatore assiduo del Vialone». Dove le siepi diventano facile nascondiglio per lo stupefacente da piazzare e per le armi: «Se a qualcuno viene in mente di metterci le mani per fare pulizia salta fuori di tutto, grossi coltelli compresi», racconta Cerri. Che torna a ripetere la domanda di sempre: «Bisogna arrivare a questi livelli perché si decida di intervenire davvero in Darsena?».

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