Il dolore
Nello, un addio con 48 palloncini
Ma il pensiero va al cugino che è ancora disperso in mare
VIAREGGIO. Quarantotto palloncini bianchi - uno per ogni suo anno vissuto - liberati nel cielo grigio di un triste pomeriggio di metà novembre. Gli ultimi dei quali lanciati dal figlioletto Mirko fra gli applausi. L'addio a Nello Simonetti nella chiesa della Resurrezione al Varignano, ieri pomeriggio, è un misto di commozione e dolore, di lacrime e rabbia. Dolore per una famiglia duramente straziata da un doppio lutto e rabbia per non essere riusciti ancora a capire cosa sia successo davvero a poche miglia dall’imboccatura del porto di Viareggio.
A dare l'ultimo saluto al pescatore viareggino morto durante una battuta di pesca insieme al cugino Fabrizio (tutt’ora disperso) e ritrovato dopo una settimana di ricerche nelle acque di fronte a Portofino, in Liguria, si è radunata l'intera comunità dei pescatori della Darsena con i loro volti scavati dalla salsedine e dal lutto. Una grande famiglia che ha voluto dimostrare la propria vicinanza alla vedova e al figlio di Nello. Ma anche ai parenti più stretti di Fabrizio, ormai privati di ogni speranza di ritrovarlo in vita e al tempo stesso della consolazione di piangerne il corpo. E questo ben sapendo che una tragedia del genere può colpire chiunque di loro. Chiunque vive e lavora con il mare.
E proprio il tema della pesca - con la sua simbologia da sempre legata a doppio filo con il cristianesimo - è stata al centro dell'omelia dell’arcivescovo Italo Castellani, che con la sua presenza ha voluto testimoniare l'affetto della chiesa ai familiari di Nello Simonetti. «La tragedia che ha colpito la famiglia e tutti noi ci lascia nel buio e ci disorienta - ha detto l’arcivescovo di Lucca, che ha celebrato la messa funebre insieme a don Marcello Brunini e don Antonio Tigli, rispettivamente parroci del Varignano e del Marco Polo - ma non bisogna dimenticare che c'è sempre un faro pronto a guidarci nella notte».
Castellani ha poi ricordato la figura di padre Antonio Maria Pucci, il curatino di Viareggio poi diventato santo, che al mondo dei pescatori era particolarmente vicino. «Il curatino - ha raccontato - era solito unirsi sul molo alle famiglie dei pescatori che aspettavano i loro cari sul molo di Viareggio. E se la pesca era andata male, era pronto a condividere con loro quanto raccolto con le elemosine in Chiesa». Un ricordo che si è concluso con una esortazione affinché «venga restituito al più presto dalle acque il corpo di Fabrizio» e che d'ora in poi il mare sia sempre «un luogo di lavoro sicuro e ricco di sostentamento per tutti».
E Fabrizio, di cui a due settimane dalla tragedia non si trova ancora il corpo disperso in mare, è stato in qualche modo presente a fianco del feretro del cugino Nello. Lo stesso arcivescovo ha sottolineato come in qualche modo si stesse celebrando anche il suo addio, ben sapendo che il rischio di non ritrovarne più i resti aumenta ogni giorno di più.
Prendendo spunto dalla tragedia del peschereccio affondato è poi partito un appello per tutta la città: «Una città ferita, colpita, dissestata - è stato detto durante la preghiera dei fedeli - ma una città che vuole rinascere, vuole essere più comunità, vuole collaborare alla consolazione di chi piange». Parole pronunciate di fronte al vicesindaco della città Rossella Martina e agli assessori Sandra Mei e Valter Alberici seduti in chiesa nelle prime file in rappresentanza dell'amministrazione comunale.
Al termine della messa, poco prima dell'uscita del feretro dalla chiesa, la lettura della preghiera del pescatore seguita dal ricordo commosso dei giorni che hanno seguito il naufragio del peschereccio. «Nell'attesa dei cuori che a terra speravano, nell'attesa dei cuori che a terra sapevano che il vostro ritorno sarebbe stato senza resa in quell'ultima calata, l'odore del salmastro in questi giorni si è fatto più acuto, più intenso, ha impregnato l'aria fino alla periferia, i suoi panni stesi ed ogni nostro cuore. Riposate in pace, lupi di mare».
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