Toscana
La difesa di Ferrovie gioca la carta del plastico
Ricostruzione tridimensionale per dimostrare di non avere responsabilità Botta e risposta serrato tra il consulente di Rfi, Giorgio Diana, ed i due pm
VIAREGGIO. Sfilano in aula, al Polo fieristico di Lucca, tutti gli argomenti canonici dello scontro tecnico tra accusa e difesa tra i banchi del processo per il disastro ferroviario del 29 giugno 2009, a Viareggio, che si è lasciato dietro una scia di trentadue morti. Il moto della cisterna carica di Gpl che è stata squarciata, il punto dello sgancio tra locomotore e cisterna, l’angolazione della “ferita”, la forma dello squarcio, le distanze degli oggetti sulla rete ferroviaria. In aula, come testimone, il consulente di Rete ferroviaria italiana e di Michele Mario Elia che all’epoca dei fatti era amministratore delegato di Rfi ed oggi lo è dell’intero Gruppo Fs, avendo preso il posto di Mauro Moretti passato a Finmeccanica. «Per i tempi con cui è avvenuto lo sfondamento della cisterna - spiega Giorgio Diana, professore emerito del Politecnico di Milano - ritengo impossibile la rotazione della cisterna». Che, dunque, ha solo scivolato nel percorso dal punto di ribaltamento a quello dell’impatto con l’oggetto che l’ha squarciata. Salvo poi - è ancora la ricostruzione di Diana - mettersi a rotolare mossa da chissà quale forza appena dopo essere passata sulla zampa di lepre (un pezzo dello scambio) che per Ferrovie è sempre stato la causa del taglio dal quale è uscito il Gpl: «La cisterna - spiega Diana - ha ruotato lentamente rispetto al binario mentre si spostava tra zampa di lepre e picchetto».
Al Collegio, agli avvocati, al pubblico viene mostrata una sintesi animata del ragionamento costruito da Diana e dalla sua squadra di aiutanti che ha prodotto anche un plastico dell’incidente. Ricostruzione tridimensionale - questo il termine utilizzato dal professore che di binari e treni ha molto macinato nella sua lunga carriera - molto citata nel corso della testimonianza, ma non portata in aula.
È Giuseppe Amodeo, uno dei due pubblici ministeri che alla vicenda lavorano da sei anni, a fare la domanda su un dato evidente: «Nell'animazione c'è solo il binario quattro. E il cinque?». Mancano, dunque, le due rette - continua Amodeo - che determinano il piano «e solo ciò che fuoriesce da un piano può bucare la cisterna». La risposta del consulente è quella che si ripeterà più volte nel corso della testimonianza: «La cosa migliore è portare qui il modello fisico». Rimasto, però, a casa.
Salvatore Giannino, l’altro pm, conduce un controesame ricco di elementi tecnici in un confronto alla pari con il consulente. A guidare il magistrato sono i rilievi, densi di misure e particolari, della polizia scientifica di Massa: «Avete tenuto conto delle misure prese con il telelaser dalla Scientifica?», è la domanda. «Ho visto in modo molto critico quelle misure», è al risposta che segue. Quando poi Giannino pone il più semplice dei quesiti («qual è la parte di zampa di lepre che ha impattato nella cisterna?»), il clima si surriscalda. «Lei - risponde il professor Diana - si sta attaccando ad aspetti che hanno pochissima importanza rispetto alle cose grosse che ho detto io...Mi piacerebbe farle io una domanda sul picchetto!». E la “scena” si ripete quando il pubblico ministero cerca di avere una risposta alla domanda se «la ricostruzione finale ipotizzabile porti allo stesso punto di squarcio sia che la cisterna arrivi sull’oggetto libera o trainata». Ovvero: «Una cisterna che si ribalta libera e una ribaltata ancora agganciata hanno le stesse traiettorie? L’avete calcolato?». «No, ma si può fare», così parla il consulente di Rfi. Che aggiunge come, comunque, i due scenari comportino «una dinamica poco diversa».
Giannino continua domandando se nell’analisi fatta sia stato «calcolato quando si è sganciato il primo carro dal resto del treno». «L’aspetto è stato valutato...Adesso dirglielo così, però... dovrei rivedermi la ricostruzione...», risponde Giorgio Diana. «E nella ricostruzione si tiene conto degli altri tredici vagoni?», incalza il pm: «Era ininfluente», è la risposta ottenuta. «E nella ricostruzione ha tenuto conto del ritrovamento del castelletto di trazione?», ci riprova Giannino: «Non è ho tenuto conto», è la parola del consulente.
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