Il Tirreno

Versilia

il racconto di chi ha vissuto quella terribile mattina

Sembravano petardi, poi le urla E l’assassino è ancora nascosto

Sembravano petardi, poi le urla E l’assassino è ancora nascosto

Sembrano petardi, per alcuni. C’è chi addirittura pensa a una mazza da baseball che si schianta contro un vetro. Ma non sono né l’una, né l’altra cosa. La verità è che c’è una pistola che sta...

5 MINUTI DI LETTURA





Sembrano petardi, per alcuni. C’è chi addirittura pensa a una mazza da baseball che si schianta contro un vetro. Ma non sono né l’una, né l’altra cosa. La verità è che c’è una pistola che sta sparando. E soprattutto c’è un uomo che cade a terra, ferito a morte.

Sono le 7 del mattino dell’8 febbraio del 2011. La Camaiore che lavora è già sveglia, anche se è ancora un po’ buio. Stefano Romanini, imprenditore edile titolare della ditta Serena scavi, sta per andare al lavoro come ogni mattina. Ha appuntamento con il cognato Andrea Pellegrini, fratello della moglie Giuliana. Che è arrivato presto e per questo motivo è andato a prendersi un caffè in un bar vicino. Questo semplice gesto, lui non lo sa, gli salverà la vita.

Andrea non sente i botti, chi sta in via Battisti invece sì. E pensa a dei ragazzi che hanno voglia di dar fastidio. Poi le urla. Terribili. Sono quelle di Giuliana Pellegrini, moglie di Stefano, che si affaccia alla finestra di casa. Fa in tempo a vedere il killer che finisce suo marito, grida: «Ma che fai...». Proprio così, lo racconta una vicina che in quel momento sta preparando il bimbo per la scuola. L’assassino ha indosso un passamontagna e porta vestiti grigio scuro. Dopo l’ultimo colpo - sono quindici in tutto, nove quelli che centrano la vittima - fugge verso il centro del paese, in direzione opposta al senso unico di via Battisti. Di lui non si sa più niente.

Quando se n’è già andato, Giuliana, le figlie, i vicini scendono giù in strada. Tra loro c’è anche un poliziotto, che sta proprio di fronte a dove Stefano è riverso con la schiena a terra. L’ultimo a parlare con lui - secondo una ricostruzione avallata dalle testimonianze di ieri - è il cognato Giuliano Moriconi, che è stato chiamato dalle figlie e che è tra i primi ad arrivare dopo una corsa in auto. «Partà - dice Stefano rivolgendosi a lui con il suo soprannome - affogo». Poi quelle frasi che accusano il cugino Roberto Romanini e un uomo di nazionalità romena. Intanto sono arrivati l’ambulanza e la polizia. La figlia Stella gli dice: «Papà non lasciarmi, ti voglio bene». Ma per Stefano non c’è nulla da fare: muore poco dopo.

Secondo il medico legale Alessandro Grazzini, che ha eseguito l’autopsia per conto del pubblico ministero, si è trattato di un’esecuzione brutale e caotica. Il killer ha sparato all’impazzata: quindici colpi, nove dei quali sono andati a segno. Soltanto uno, però, è mortale. Il killer lo assesta dietro la nuca, mentre la vittima è carponi. Sta cercando di mettersi in salvo, Stefano. Eppure, quando gli è tutto chiaro e sa che morirà, ha la forza di parlare con il cognato Giuliano. Il contenuto di quelle frasi, raccontato ieri in Corte d’Assise a Lucca, sarà oggetto di dibattito almeno fino alla fine del processo.

L’omicidio fa pensare immediatamente a un delitto di mafia per il tipo di esecuzione e anche per la vittima. La crisi è appena iniziata, ma si sta già facendo sentire in Versilia come altrove. Tutti sanno che Stefano non se la passa bene, dal punto di vista economico. Poi, però, viene trovato un diario. È quello di Stefano. Dentro ci sono rivelazioni scottanti. E accuse al cugino Roberto.

Tra i due ci sono molti problemi. Sono stati soci in affari, ma le cose sono andate male. Roberto, che fino a quel momento ha lavorato nel campo dei funghi, non perde occasione con i familiari per dire che Stefano lo ha convinto a entrare in società con lui, ma non gli ha detto la verità sui conti. La Rb escavazioni, ditta di movimento terra, è in difficoltà: secondo quanto raccontano i parenti, Roberto tira fuori del denaro. Su questo denaro scoppiano i problemi, probabilmente ci sono anche liti. Pesanti. Il clima non è quello di armonia tra due famiglie che pure hanno sangue identico. Da un lato Roberto e i suoi figli, dall’altro Stefano e quelli della sua cerchia. Non si amano, tra parenti succede. Ma l’argomento del contendere - secondo l’inchiesta in cui vengono ascoltati numerosi familiari - comincia a diventare pesante, dal punto di vista economico. Centinaia di migliaia di euro, forse 200.000, la cifra che sarebbe in ballo.

Su questo punta l’indagine della Procura di Lucca, che non ha le mani sull’assassino ma è sicura: il mandante è Roberto Romanini. Lui ha un alibi di ferro per quel giorno: è a Torino con un vigile urbano. Intanto, però viene arrestato per un’altra vicenda. È il 9 febbraio del 2013, esattamente due anni dopo il delitto. A Roberto la polizia fa accuse agghiaccianti: avrebbe sequestrato, seviziato e ricattato un ex socio in affari per fargli firmare un contratto di esclusiva sul mercato dei funghi scandinavo. Per questa vicenda Roberto è stato condannato a sedici anni in primo grado ed è tutt’ora agli arresti domiciliari, a Lido di Camaiore. Sempre in questi anni l’imprenditore finisce a processo per una vicenda strana, un paio di pistole nascoste nel terreno di un vicino: ma da queste ultime accuse viene assolto.

Intanto l’inchiesta sul delitto va avanti. La Procura chiede e ottiene il processo, che deve ripartire da capo perché il giudice della fase preliminare ha negato alla difesa l’esame di alcuni bossoli sospetti. La Corte d’Assise, quindi, annulla tutto e fa ripartire l’inchiesta dall’udienza preliminare. Nessuna sorpresa: lì Roberto Romanini viene di nuovo rinviato a giudizio. Ora tocca ai giudici dire la loro. (m.t.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa