L’epopea di «Pasta Kid» campione di tennis e vita
E’ uscita la biografia di Paolo Bertolucci, il grande tennista fortemarmino Ha vinto la coppa Davis e pazienza se ha perso qualche set di troppo con la gola
FORTE DEI MARMI. Il papà, il maestro Gino, era elegantissimo. Sempre in bianco, soprattutto sempre con i pantaloni di gabardina bianchi e lunghi. Come i Lacoste, I Fred Perry, i Sirola e i tanti grandi campioni d’anteguerra.
Gino era il maestro del tennis Roma a Forte dei Marmi. Lui, il maestro di centinaia di giovani allievi, magari illustri rampolli della borghesia italiana, è il papà di Paolo Bertolucci. Che lo ricorda nella sua biografia uscita in questi giorni per i tipi della casa editrice Ultra sport. Il libro ha un titolo divertente, Pasta Kid - il mio tennis, la mia vita. Pasta Kid è il soprannome che a Paolino affibbiò Bud Collins scrivendo del nostro campione sul Boston Globe. Ironico, divertente, Colins è stato il più grande scrivano del tennis moderno. E così Pasta Kid rimase.
Quel ragazzo partito giovanissimo ha portato Forte dei Marmi sul tetto del mondo. E’ il 1976 quando l’Italia del tennis vince il suo primo (e al momento unico) Mondiale. Tale è la Coppa Davis.
Di quella finale di Santiago con il Cile sotto la dittatura di Pinochet si è detto e scritto di tutto. Con questi ragazzi che vengono fatti passare da fascisti e alla fine – decisione di Panatta – giocano con la maglietta rossa. Con Nicola Pietrangeli che aveva sotto casa la scorta della squadra politica (al tempo non si chiamava ancora Digos) per le minacce arrivate da gruppi di estrema sinistra.
Con la benedizione finale (ma segreta e rivelata solo decenni dopo) di Enrico Berlinguer, al tempo il potente segretario del potente partito comunista.
Del resto il tennis non era il calcio. Due anni dopo si andò a giocare in Argentina, dove la dittatura fu ben più sanguinaria che in Cile, ma nessuno protestò. Anzi agli inviati su imposto di non parlare se non di calcio. Ma così va il mondo e non solo quello della politica.
Panatta e Berrolucci vinsero quella benedetta e maledetta insalatiera d’argento.
Poi la coppia vinse altri grandi tornei di tennis in doppio. E le guerre con le diete per Bertolucci furono spesso sconfitte più lancinanti che sulla terra rossa.
Il libro è godibilissimo perché racconta degli incredibili amori di Adriano Panatta. Furbo Paolino, i suoi non li rivela mai. Quelli di Adriano sono spiattellati: Mita Medici, Serena Grandi, Loredana Bertè. Che si trascinava con sé Renato Zero. Fu dolce vita vera per Bertolucci quella Roma che cercava di scrollarsi di dosso gli umori cupi del terrorismo (è del 1978 il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro).
«Braccio d’oro» – questo il soprannome giusto più che Pasta Kid – merita ora una bella presentazione del libro nel borgo selvaggio. Se la merita proprio.
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