Il Tirreno

Versilia

Delitto Romanini, i parenti inchiodano Roberto

Matteo Tuccini
La scena del delitto, in alto la vittima Stefano Romanini e sotto il presunto mandante Roberto Romanini
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La scena del delitto, in alto la vittima Stefano Romanini e sotto il presunto mandante Roberto Romanini

Camaiore, il cognato della vittima racconta in tribunale: prima di morire Stefano mi disse che era stato il cugino a farlo uccidere

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CAMAIORE. «L’ho trovato sdraiato a terra, perdeva sangue dalla gamba. Ho provato a tamponargli la ferita, poi ho cercato di sollevargli il capo. Mi ha detto: affogo. E poi: hai visto che mi ha fatto fare quel bastardo?».

Giuliano Moriconi è il cognato di Stefano Romanini, avendo sposato la sorella di sua moglie. Stefano lo chiamava “Partà”, cioè partaccia, per certi modi un po’ bruschi. È a lui che - secondo quanto riferisce lo stesso Moriconi nella prima udienza del processo per l’omicidio del cognato - l’imprenditore edile centrato da nove colpi di pistola la mattina dell’8 febbraio 2011 consegna le sue ultime parole. Un atto d’accusa verso il cugino Roberto Romanini, 65 anni, unico imputato nel processo. Perché a domanda del procuratore Fabio Origlio su chi fosse il destinatario dell’appellativo “bastardo”, Moriconi risponde: «Era così che chiamava suo cugino Roberto».

La prima udienza in Corte d’Assise a Lucca per il delitto di Stefano Romanini, freddato a 47 anni sotto casa (in via Battisti) a Camaiore da un killer ancora senza nome, ha visto sfilare i testimoni dell’accusa. Familiari più o meno stretti di Stefano, tra cui le figlie Stella e Serena. Ma anche testimoni oculari di quanto accadde quella gelida mattina di febbraio. C’è anche spazio, però, per alcuni particolari mai emersi dalle indagini. Come la villa di Corsanico affittata da un signore che un testimone ha riconosciuto nello stesso Roberto Romanini, nonostante si fosse presentato a lui come “signor Giuseppe”. Una villa affittata tra novembre 2010 e marzo 2011, e che sarebbe stata usata, secondo la Procura, come base per compiere il delitto. Lo proverebbe un foglietto - con una ricetta di cucina e il nome di un uomo - che era nella villa e che è stato trovato in una valigetta con delle armi e dei vestiti. Secondo gli inquirenti, il kit dell’assassino.

 

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