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Mazzette nel porto di Viareggio: "Così pagavo il nostromo"
Il concessionario di colonnine sulla banchina dei maxi yacht dichiara in tribunale di avere denunciato i fatti alla Capitaneria nel 2010
VIAREGGIO. È in corso la manovra di una barca del cantiere Codecasa quando tra il pratico del porto, Giuseppe Mazzella, e l’allora nostromo - Stefano La Rosa (per lui c’è stata una condanna a tre anni) - sono scintille. In mezzo finisce Marco Landi, oggi comandante della Capitaneria di Carrara, all’epoca dei fatti (il 2010) comandante in seconda di quella di Viareggio.
«Ero tornato in banchina - ha raccontato ieri Mazzella in Tribunale, da imputato nell’ambito del processo sul “sistema corruttivo” nel porto di Viareggio - dopo la contestazione sulla manovra che mi aveva fatto il nostromo. Tempo di arrivare all’ormeggio e c’era Landi che mi chiese cosa era successo e, poi, alle mie spiegazioni disse “torna indietro e fai la manovra...”».
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Il giorno dopo è un Mazzella furibondo quello che si reca dal comandante in seconda: «Dissi a Landi, in ufficio, che La Rosa oltre a chiedermi soldi si permetteva di trattarmi come aveva fatto il giorno prima...».
Così il pratico del porto testimonia davanti al Collegio presieduto da Gerardo Boragine: «Landi mi disse se ero sicuro e se avevo le prove...Riposi che La Rosa non mi faceva certo le fatture...». Ed allora Landi - è ancora Mazzella a ricordare - «mi disse di pensarci bene perché potevo “passare l’anima dei guai...”».
Alle domande del presidente Boragine, Mazzella (difeso dagli avvocati Nicola Poli e Veronica Nelli) risponde deciso: «All’epoca non avevo ancora smesso di dare i soldi a La Rosa. Lo pagavo a fine mese, si, sì sì...Tutti i mesi...».
Dopo il colloquio con Landi, il flusso di denaro si interrompe: «Io non mi sono più avvicinato a lui - è la testimonianza - e lui non è più venuto a cercarmi...». Sentito dai carabinieri del Nucleo investigativo di Lucca, che hanno condotto le indagini, Mazzella - lo si legge nell’ordinanza di arresto di La Rosa - ha confermato di essersi confidato con Landi «a fine 2010, o più probabilmente nel 2011».
Un momento di passaggio importante per la banchina “Natino” dove trovavano ormeggio gli yacht più prestigiosi, come il “Main” di Giorgio Armani. E dove Mazzella era concessionario delle colonnine per l’erogazione di acqua e luce. A ricordalo ieri in aula è stato il maresciallo capo dei carabinieri Piero Tocci, in servizio al Nucleo investigativo di Lucca. Che ha risposto alle domande del pm Antonio Mariotti e dei difensori di Mazzella: la banchina “Natino” passò nel 2011 ad ormeggio pescherecci.
Tocci ha testimoniato sulla nascita dell’inchiesta che ha attraversato il porto viareggino come una libecciata, dalla delega di indagine della Corte dei Conti sul “buco” che il Comune avrebbe accumulato in materia di gestione della banchine, all’entrata in campo del Nucleo investigativo e dello stesso Tocci su eventuali aspetti che potessero essere di competenza della Procura della Repubblica di Lucca (pm Fabio Origlio).
Ed è il lavoro sul campo quello che il Gip Alessandro Dal Torrione riconosce ai carabinieri al lavoro nel porto di Viareggio, riuscendo a far parlare anche i sassi: «La diffusione di tale illecito sistema corruttivo - scrive il Gip - è attestata in primo luogo dal fatto che moltissimi degli utenti e degli addetti al settore nautico ne parlino come di un fatto notorio, praticamente di pubblico dominio...».
Ed ecco che passo dopo passo, interrogatorio dopo interrogatorio, finisce nelle carte un quadro che lo stesso Mazzella ha ieri confermato in Tribunale. Con un racconto da brivido, che inizia da quel 2006 in cui gli vengono notificati due verbali da cinquemila euro a firma La Rosa. «I rapporti con il nostromo si ridussero al minimo indispensabile. Poi, un giorno, lui mi avvicinò e mi disse che dovevamo andare a cena con le famiglie...». Mazzella fa notare che lui è solo e che, forse, potrebbe passare a pagare la cena.
Ma il nostromo - così il racconto - suggerisce un’altra soluzione: «Presi i soldi per la cena - continua Mazzella - e glieli diedi. Erano duecento euro...Dopo un po’ di tempo La Rosa mi fece capire che saremmo dovuti andare ancora a cena. E io pagai...». Due-tre volte, fino al giorno in cui il nostromo torna dal pratico del porto con una “novità”: «Mi disse che la moglie aveva perso il lavoro e se lo potevo aiutare in qualche modo...». Il modo - così ha ricostruito l’indagine - fu cinquecento euro al mese, ogni mese, puntuali.
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