Il Tirreno

Versilia

L’appello di Deborah «La crisi ci stritola ma è l’ora di reagire»

di Matteo Tuccini
L’appello di Deborah «La crisi ci stritola ma è l’ora di reagire»

La titolare della Locanda della mamma in Darsena: «Siamo tutti in difficoltà, dobbiamo stare uniti. E parlarne»

5 MINUTI DI LETTURA





VIAREGGIO. «Dormo sei ore a notte. Il resto della giornata lo passo a lavorare: dieci, undici ore e più. E così, quando ho letto di questa persona che si era tolta la vita, ho sentito come un campanello d’allarme. Le sue difficoltà sono quelle di tutti, me compresa. Perciò è arrivato il momento di parlare pubblicamente di queste cose. E di reagire».

Deborah Mazzoni, a Viareggio e in particolare nel quartiere Darsena, per tutti è la “Deborah della Locanda”. Il legame tra lei, la sua famiglia e la Locanda della mamma, che ormai da quasi dieci anni si affaccia in via Coppino - cuore del quartiere - è inscindibile. E ogni giorno chi vive qui o frequenta la zona non può non incontrare Deborah, mentre col suo Berlingo - sempre parcheggiato alla svelta e con manovre assai ardite - scarica la merce o va a pagare bollette. È sempre indaffarata, come ogni donna che lavora e che deve tener testa alla professione, ai figli e al marito. Con cui discute sempre da innamorata. Eppure non c’è persona che incontra per cui non abbia una parola o un gesto d’affetto. Anche nelle giornate più difficili, le poche senza sole nella sua amata città.

Negli ultimi tempi, però, queste giornate scure sono sempre di più anche per Deborah, come per tutti i colleghi. «La ristorazione, come tutto il commercio - dice nel mitico “tugurio”, la stanzetta per così dire riservata del suo locale - è stata colpita dalla crisi. L’estate è andata bene, ma gli effetti positivi li sente soprattutto chi ha un’attività stagionale. Chi lavora tutto l’anno come noi deve fare i conti con acqua, luce, gas e consulenti per le norme igienico-sanitarie che costano tanti soldi, dal 1º gennaio al 31 dicembre. E poi ci sono i controlli, che ci mettono sempre al muro anche per le piccolezze. Per non parlare di affitti d’oro, che sembrano misurati su periodi di vacche grasse. Gli incassi, perciò, bastano appena per pagare i dipendenti: qui ne abbiamo sei, a loro sono affezionata e faccio i salti mortali per tenermeli stretti. Fatto sta che a fine giornata, quando capisci stremato che hai lavorato sì, ma per te è rimasto poco o nulla, affronti le tue piccole o grandi montagne».

E così, quando ha letto della tragedia in un locale a Forte dei Marmi, Deborah ha deciso di parlare. Contravvenendo alla sua abitudine di non esporsi pubblicamente. «Lo faccio malvolentieri, ma non per cattiveria o perché ritenga sia poco importante. È che non mi piace apparire. Ma oggi (ieri, ndr) ho aperto il giornale e sono rimasta choccata. La prima cosa che ho pensato? Siamo tutti a rischio, le difficoltà di quella persona (un dipendente del locale e non socio, come sottolinea la proprietà, ndr) sono anche le mie. E anche se non lo conoscevo, ho avuto la sensazione di conoscerlo da anni. Mi stringo al dolore della sua famiglia».

In realtà le voci che sono girate a Forte su presunte difficoltà economiche di qualsiasi genere alla base di questo gesto sono state smentite dalla proprietà.

Fatto sta che il dolore per questa tragedia, che ha lasciato sotto choc il mondo della ristorazione, ha perforato anche la scorza di Deborah. Che si sfoga: «È da 30 anni che faccio questo lavoro - dice Deborah - ho cominciato che ero una ragazzina al bar Marino, oggi il Gabbiano, sempre in via Coppino. Da allora ho sempre vissuto la Darsena, ho visto tutti i cambiamenti e quello che invece è rimasto uguale. Ma non c’è mai stato un momento così. La crisi ci ha fatto passare periodi terribili, in particolare l’anno scorso. Ora siamo alla resa dei conti». E anche per lei le cose si sono fatte complicate. «Ho lasciato il Cro nell’ottobre scorso per problemi economici», ammette. Per lei, un colpo durissimo: il Cro Darsene era stato fondato e presieduto a lungo dal papà Adriano, “il Mazzoni”. Cuore rosso che più rosso non si poteva, tra le anime del mondo operaio viareggino di cui per anni ha rappresentato l’attaccamento agli ultimi e al mare (l’ordine era rigorosamente questo). Adriano se n’è andato nel marzo del 2011, non prima di essersi sposato con l’amata Lidia. Ma Deborah e la sua famiglia ne testimoniano ogni giorno la presenza con il loro impegno. Che alla Locanda non è soltanto quello di un’attività commerciale.

«Alla Locanda in Darsena si applicano prezzi popolari, me lo sono sempre imposto. E non si lavora “solo” come in un ristorante, ma come in un punto di ritrovo - dice Deborah - vivo questa nostra avventura come una missione, dire che sono affezionata alla Locanda e a questo quartiere è dire poco. Ecco perché mi faccio in quattro e vado avanti, anche se ci sono muri enormi. Poi leggo le tragedia come quella di Forte dei Marmi e come quella di Nicola Guidotti. Gesti che non giustifico e non faccio miei, sia chiaro. Ma sono spie di qualcosa che è arrivato a un punto di non ritorno».

E così scatta l’invito ai colleghi. «Cerchiamo di stare uniti e di non subire tutto quello che accade standocene zitti. Bisogna parlare delle nostre difficoltà e dei nostri problemi. Ma soprattutto bisogna reagire tirando fuori gli attributi. Capisco che non è facile, e io sono la prima che ha sparato molte cartucce, e fa fatica a trovarne altre. Ma non voglio mollare. E sono sicura che, come me, tanti hanno voglia di uscire dai loro problemi».

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash
Bolkestein

Spiagge, indennizzi: così verranno risarciti i balneari che perdono le aste – Come si calcola il valore da rimborsare

di Matteo Tuccini