Il dolore
Il giallo dei due strati di vernice
Quella prevista, di tipo epossidico, e quella vinilica che nessuno ha visto e che nessuno ha saputo fin qui spiegare
VIAREGGIO. I verificatori della officina Cima riparazioni «ad occhio nudo non avrebbero potuto vedere la cricca», ovvero la frattura da dieci millimetri che ha attraversato l’assile che si è spezzato provocando il deragliamento del treno carico di Gpl, la notte del 29 giugno 2009, sui binari a ridosso di via Ponchielli. A parlare, nell’aula del Polo fieristico di Lucca dove è ripreso, dopo la pausa estiva, il processo per il disastro ferroviario da trentadue morti, infiniti lutti e distruzione, è il professor Gianni Nicoletto, dell’università di Parma. Ma - aggiunge Nicoletto - «era impossibile non fossero visti con un controllo ad ultrasuoni fatto a regola d'arte dieci millimetri di fessurazione in corrispondenza di quella sezione dell’assile. Dunque, è stata fatta una revisione e la cricca non è stata vista». Insomma, la responsabilità è sulle spalle dell’officina tedesca Jungenthal. O meglio: «C'è stata una catena di responsabilità che diversi enti e persone si sono assunti. L’officina Cima, per la parte che le competeva, ha fatto tutto. Se c'era qualcosa di occulto...» non era da Bozzolo che doveva saltare fuori.
Una linea di difesa che non convince l’accusa. Il perfetto “doppio” dei pm Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino ieri ha portata l’officina italiana nella top ten dei protagonisti della catena di responsabilità. Perché molte erano le cose che Cima, secondo la Procura di Lucca, non ha visto e invece avrebbe dovuto. Ad iniziare da quelle due vernici presenti sul corpo dell’assile (le due sale, tra l’altro, avevano due colori diverse): una di tipo epossidico e l’altra di tipo vinilico. «È normale - chiede Salvatore Giannino - che una sala appena uscita dalla revisione abbia due vernici sul corpo centrale?». «No - risponde il consulente -: dal momento in cui c'è stata la verniciatura completa e la riverniciatura da revisione». Dunque, se non è normale, allora qualcuno alla Cima avrebbe dovuto farsi venire un dubbio, è il filo del ragionamento proposto dal pm. «Solo l’esame di laboratorio rivela la presenza», risponde Nicoletto con riferimento agli esami fatti in Lucchini in sede di incidente probatorio nel 2011.
Eppure c’è un ma...Nei primi giorni del luglio 2010 proprio il “Tirreno” parla delle due “mani” di vernice che gli inquirenti avrebbero trovato sull’assile che si è poi fratturato dando il via al deragliamento.
Salvatore Giannino continua con le domande rivolte al consulente dell’officina: «La vernice vinilica dà una riflessione diversa alla luce?». «Non sono in grado di dirlo», risponde il professore. Ed allora: «L’uso di una lampada sul collarino dell’assile avrebbe potuto fare vedere i difetti?». La risposta ricalca quelle già sentite ieri in aula: «Possibile ma non previsto». Il pm stringe: «Esiste un protocollo che definisce cosa un operatore Cima avrebbe dovuto fare?». La risposta è inquietante pensando all’esito che - nella catena di responsabilità - il non vedere ha causato: «Gli operatori non possono fare attività che non siano previste dalla normativa. Non hanno libertà di fare». E, quindi, non fanno...
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