Il dolore
L’Homo naledi è un po’ versiliese
È di Massarosa l’unico scienziato italiano del team che ha studiato i resti dell’eccezionale scoperta
MASSAROSA. Usando toni un po’ altisonanti - ma vista la portata della scoperta ci stanno tutti - si può dire che la storia dell’umanità passi anche da Massarosa. Perché è da una casa del centro storico del comune versiliese, dove vive con la moglie e il figlio, che è partito alla volta di Johannesburg (Sudafrica), Damiano Marchi. L’unico italiano a far parte del team di scienziati - guidati dal professor Lee R. Berger - che ha scoperto e studiato i resti dell’Homo naledi: una scoperta che rivoluziona le conoscenze fino ad oggi accumulate sull’evoluzione del genere Homo e che ha tra i suoi protagonisti un nostro concittadino quarantenne.
Un massarosese che lavora all’Università di Pisa da poco più di tre anni, e che ha trascorso gran parte della vita professionale all’estero ma, a differenza di tanti altri “cervelli” italiani, ha deciso di tornare nel suo Paese regalandogli e regalando anche alla Versilia e a Massarosa una inaspettata vetrina mondiale.
Di lui in città non si sa molto anche perché gli impegni di lavoro lo trattengono spesso fuori. Ma la famiglia è conosciuta e la notizia del suo legame con Massarosa ieri ha fatto rapidamente il giro del paese, estremamente orgoglioso di Marchi.
Il biologo di Massarosa, specializzato in antropologia all’Università di Pisa, ha a lungo lavorato all’estero: Sudafrica ma anche Stati Uniti. Tre anni fa è tornato stabilmente in Italia e lavora all’Università di Pisa. Lui stesso si definisce un “cervello rientrante”. È uno dei sessanta scienziati selezionati - partecipando e vincendo un concorso - tra i migliori al mondo per studiare lo straordinario ritrovamento della grotta “Rising Star” (letteralmente “Stella che sorge” e naledi significa appunto stella) che si trova a circa quaranta chilometri da Johannesburg. Ben 1550 reperti ossei: un tesoro di eccezionali dimensioni per chi fa il lavoro di Marchi e in genere si trova a studiare pochi e piccoli frammenti «anzichè, come in questo caso, interi scheletri» ha raccontato in tv lo l’antropologo.
«È il più grande ritrovamento di fossili ominidi mai avvenuto in Sudafrica» ha dichiarato alla stampa italiana e internazionale in occasione della presentazione della ricerca. Confermando anche che la portata della scoperta, di per sè già eccezionale, potrebbe rivelarsi ancora più straordinaria se la datazione dei reperti - in particolare Marchi ha studiato gli arti inferiori dell’Homo naledi - consentisse di stabilire che si tratta della più antica testimonianza del genere homo. Staremo a vedere.
Intanto, dentro la grande storia di questa scoperta scientifica, resta la piccola-grande storia di un giovane studioso che con passione, coraggio e anche sacrifici entra nella storia e regala un po’ di celebrità anche alla città dove vive e che ora si è messa sulle sue tracce per riuscire a fare i complimenti di persona allo scienziato.
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