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Così “Lu” Garfagnini ha realizzato il sogno americano
A New York ha trovato l’amore e un lavoro di successo: attrice e regista sia teatrale che cinematografica
VIAREGGIO. Pensare in grande è relativamente semplice. Agire in grande è molto più complicato. E non sono molti i posti al mondo che consentono di farlo. Lucia Bellini ha sfidato se stessa: la recitazione come ragione di vita, gli Stati Uniti come meta ideale dove far confluire le proprie aspirazioni. “Lu”, com’è conosciuta nella “Grande mela”, ha trovato la propria strada. Nel lavoro e pure in amore. Adesso Lucia è una ragazza sposata, divisa tra i suoi tanti progetti tra cinema e teatro. Da bimba era una danzatrice.
Quando hai capito di voler diventare un'attrice?
«Quasi subito, ma nonostante ciò la danza è sempre stata una costante nella mia vita pre-New York e ne sono grata. Mi ha insegnato tanto in termini di disciplina e costanza, ed è stato il mio primo “passo” sul palcoscenico, letteralmente direi. Il fatto di poter essere parte di ciò che accadeva “dietro le quinte” è sempre stato emozionante e da subito capii che lì mi sentivo a casa, anche se nel futuro non vedessi molti tutù o scarpette (non ero proprio Carla Fracci, tanto per capirci…)».
Ti sei trasferita negli Stati Uniti per perseguire il tuo sogno. Lasciare l'Italia è stata una scelta o una necessità?
«Decisamente una scelta. Anche se, per perseguire il sogno che avevo in mente, era diventata quasi necessità».
Quali sono state le maggiori difficoltà durante i tuoi primi mesi a New York? Come le hai superate?
«Nei miei primi mesi a New York, a parte lo shock iniziale del rendersi conto di essere soli soletti in una città enorme e in gran parte sconosciuta, frequentavo la scuola, prima d’inglese, poi di recitazione, e avevo quindi orari e direzioni ben precise da seguire. Ma le vere difficoltà sono arrivate in realtà dopo tutto questo, a scuola finita: un mondo di possibilità, e non molta guida. Ci sono voluti mesi, se non anni, per trovare una direzione concreta e non è stato facile non scoraggiarsi o darsi per vinti. Per fortuna ho avuto tanto supporto dalla mia famiglia dall’Italia e da mio marito George, in quanto eravamo un po’ tutti e due nella stessa famosa barca».
E proprio in America hai trovato l'amore, George Basiev, tuo marito. Come vi siete conosciuti?
«George, casualmente, è stato il primo a cui ho stretto la mano il primo giorno di scuola dopo aver seguito l’orientamento per i nuovi studenti. Scoprimmo poi di essere nella stessa classe per il corso di recitazione alla New York Film Academy per l’anno 2006. Ma non è stato amore a prima vista, siamo stati amici per parecchio tempo».
Assieme, nel 2009, avete formato la Bad Babies Films, una compagna di produzione cinematografica. Attrice, ma anche produttrice. Quali sono i modelli a cui ti ispiri?
«Sembrerà strano ma sono tutti uomini: Clint Eastwood, Quentin Tarantino, ovviamente non può mancare Hitchcock. Quello a cui aspiro è poter fare regia e recitare, la produzione mi interessa fino ad un certo punto, almeno guardando al futuro. Il traguardo sarebbe un giorno poter girare i film che abbiamo “in saccoccia”, sperando di poter dare a ognuno la nostra particolare impronta, un po’ come un Tarantino, un Eastwood, un Hitchcock. C’è ancora tanta strada da fare, ma è bene mirare in alto, no?».
L'irrefrenabile passione per la recitazione ti ha portato a formare un'altra compagnia, la WedRepCo. Preferisci il cinema o il teatro?
«Adoro il teatro. Negli spettacoli dal vivo l’emozione e l’adrenalina sono incomparabili. Sia come attore, come regista o come spettatore. Ma la vera pelle d’oca me l’ha sempre data il cinema. E più mi sono dovuta specializzare in altri campi oltre alla recitazione per film, più mi rendo conto di quanto tutte le parti del processo siano davvero fantastiche, specialmente nella regia. Si inizia e ci sono solo parole scritte su una pagina e tu hai solo delle immagini in testa. Il fatto di poter lavorare assieme a un gruppo di persone che passo passo ti aiutano a fare diventare quelle pagine realtà è incredibile. E se funziona, è anche incredibilmente gratificante. E un po’ surreale».
È vero che hai deciso di utilizzare il cognome materno, Bellini, perché gli americani non sanno pronunciare quello paterno, Garfagnini?
«Esatto. Garfagnini è praticamente impronunciabile per maggior parte degli americani. Agli appelli finivano per saltarmi o chiedermi infinite spiegazioni sulla pronuncia. Bellini è più conosciuto (per il cocktail soprattutto) e mi è comunque sembrata una scelta vicino a casa essendo il cognome della mia nonna materna».
Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Al momento sto lavorando con George a Crewell Britannia, un horror-thriller con aspetti dark comedy, tipici dello stile di scrittura di George. Abbiamo recentemente girato un trailer in cui si racconta brevemente il prologo della storia, sperando di poterlo usare come promozione per ottenere finanziamenti per il resto del film. Dovrebbe essere pronto entro novembre. In teatro, sto lavorando come regista ad uno spettacolo scritto da Joshua Young, con cui ormai collaboro da più di un anno, intitolato Who Mourns for Bob the Goon?».
Giovane eppure già sposata e con un lavoro gratificante. Ci sono ancora tanti sogni dentro il tuo cassetto? Quali?
«Un miliardo, questo è solo l’inizio. Io e George abbiamo almeno una decina di screenplays originali che vorremmo realizzare in futuro come registi, e in cui mi piacerebbe anche tornare a recitare (George include sempre un ruolo per me nei suoi film con o senza minacce da parte mia). Speriamo di poter “rompere il ghiaccio” con Crewell Britannia, acquistare credibilità, e continuare a lavorare con budget più alti».
Ti sei mai pentita di aver lasciato l'Italia e con essa la famiglia e gli amici?
«Al momento no. Nonostante ovviamente ogni tanto la nostalgia faccia capolino. Non cambierei le mie origini per niente al mondo».
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