Finanza
La coca della ’ndrangheta passa tra Massa e Versilia
Il procuratore Gratteri in un libro descrive i traffici puntando il dito sul territorio E la Dia di Genova smaschera un vertice dei boss nella riviera apuoversiliese
MASSA CARRARA. Nel suo ultimo libro, scritto a quattro mani con il giornalista Antonio Nicaso, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri definisce la provincia apuana uno dei crocevia più importanti del nord Italia per la cocaina targata ndrangheta. Droga che arriva dalla Colombia per conto del clan degli Alvaro e viene stoccata nei porti di Vado Ligure (Savona), Genova e Livorno, grazie anche a camalli compiacenti. Oltre a scrivere libri, il magistrato indaga; ed è sua l’ultima ordinanza di custodia cautelare che coinvolge un boss che a Massa ha deciso di costituirsi: Giuseppe Talotta, luogotenente del clan degli Alvaro. L’uomo che grazie alle sue conoscenze in Sudamerica era quello che curava personalmente i carichi di polvere bianca, nascondendoli in mezzo ad altra merce (asparagi) che arrivava in Italia sulle portacontainer. Perché si è costituito a Massa? È stata l’antimafia genovese a costringerlo, in un’altra inchiesta che ha portato al sequestro di 150 chilogrammi di droga (e per cui presto sarà istruito il giudizio immediato) e a una scoperta clamorosa: in Versilia viveva indisturbato un boss del clan di Sinopoli, quel Giuseppe Alvaro che era diventato ormai inafferrabile per le forze dell’ordine.
È Talotta, suo malgrado, a far scoprire il buen retiro di Alvaro. Andandosi a scusarsi personalmente con il boss per aver perso 150 chilogrammi di cocaina. Non poteva fare altrimenti, perché aveva paura delle ritorsioni del clan per l’errore e quindi chiede un incontro al capo: i due prendono prima contatti a Massa e poi si vedono in un bar di Lido di Camaiore. Seduti a un tavolino del locale, Talotta (assieme alla sua compagna) mostra ad Alvaro due giornali genovesi che parlano del blitz della guardia di finanza, coordinato dai sostituti procuratori Federico Manotti e Federico Panichi della Direzione distrettuale antimafia di Genova. Cento chili di oro bianco nascosto tra gli asparagi sono finiti in mano agli inquirenti e lui è costernato, anche perché altri cinquanta li hanno rubati degli sconosciuti portandosi via l’auto dove li aveva nascosti. Talotta non sa che è sempre la finanza ad aver preso lo stupefacente, inscenando un furto della vettura, e per questo insieme a un complice prima gira i campi nomadi del capoluogo ligure («sono stati quegli zingari maledetti», si sente nelle ambientali) e poi chiede udienza al boss che vive sotto mentite spoglie (con i documenti di un forestale) in Versilia. Giuseppe Alvaro era stato fermato più volte da polizia, carabinieri e vigili urbani, ma nessuno si era mai accorto che la carta di identità che mostrava era contraffatta. Così nel bar ci va senza alcun timore, da capo dei capi. Sono però i suoi ultimi giorni di libertà, tanto che prima finisce in manette lui e dopo Talotta. Quest’ultimo viene cercato in tutti gli alberghi di Genova, ma si rifugia a Massa. E qui probabilmente sistema alcuni affari del clan di Sinopoli e poi si costituisce. Alvaro viene fermato invece sulla Salerno Reggio Calabria, nonostante avesse mostrato alla stradale il solito documento.
Che affari ha sistemato Talotta? A chiederselo sono Manotti e Panichi che però fermano la loro indagine a un primo step, disponendo il giudizio immediato per il malavitoso e alcuni camalli della Compagnia unica del porto di Genova. Gli scaricatori controllavano per la ndrangheta che il carico di droga non venisse toccato da nessuno. E lo stesso succedeva negli altri scali scelti dai calabresi per i loro traffici. Del secondo step se ne sta occupando Gratteri. I numeri dell'indagine della Dda di Reggio Calabria, che ha coinvolto le polizie di Usa (Dea), Spagna (Guardia civil) e gli specialisti del Gico di Catanzaro, parlano da soli: quattro tonnellate di cocaina sequestrate; 34 ordinanze di custodia cautelare in carcere; beni immobili, quote societarie, ditte individuali e beni mobili di lusso per un valore di cinque milioni di euro sequestrati tra il Lazio e la Calabria. Personaggio chiave Giuseppe Alvaro, che coordinava insieme a Talotta i traffici. Tra Massa e la Versilia.
Danilo D’Anna
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