Il Tirreno

Versilia

Quando per il premio Repaci finì ai pugni con Pasolini e Moravia

di ADOLFO LIPPI
Quando per il premio Repaci finì ai pugni con Pasolini e Moravia

Adolfo Lippi, che ne fu anche segretario, ricorda il fondatore del Viareggio a 30 anni dalla sua scomparsa

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di ADOLFO LIPPI

Ricorre il 30° della morte di Leonida Repaci, poeta, drammaturgo, scrittore, notissimo per aver fondato nel 1929 il “Premio Letterario Viareggio”. Della ricorrenza se n’è ricordata la stampa nazionale Leonida Repaci morì a Viareggio. La città era stata per lui la sua seconda patria, seconda all’amatissima Calabria, in specie Palmi dove egli visse la prima tempestosa parte della propria vita; e dove edificò una magnifica villa, “La Pietrosa” dove anch’io ebbi a passare qualche vacanza.

Repaci è un nome alto della letteratura italiana. Il suo romanzo più noto è “I fratelli Rupe” storia di una dinastia socialista, antifascista, che traversò l’intero Novecento. Ma di Leonida Repaci, giornalista da sempre, si devono anche ricordare la direzione di Epoca, del romano “Il Tempo” nonché centinaia di articoli di critica teatrale che lo videro firmare su “l’Unità”, “L’Avanti”, “L’Illustrazione italiana”, “Paese sera”. Interessanti nel suo “Taccuino segreto” (Fazi editore) sono le rievocazioni del suo soggiorno viareggino, da quando venne al seguito dalla moglie Albertina, proprietaria dell’hotel “Margherita” in piazza Puccini, alle vicende del Dopoguerra coi “roventi” premi, quando “il Viareggio”, che il regime fascista gli aveva tolto, gli venne riconsegnato. Repaci aveva fondato il Premio sotto l’ombrellone dello stabilimento Lidino dei fratelli Barsanti al Marco Polo. Erano con lui due altri noti intellettuali, Salsa e Colantuoni; soprattutto, però, furono con lui, sostenitori efficaci, Lorenzo Viani, il poeta Elpidio Jenco (che sarebbe divenuto preside alle scuole medie), Moses Levy, l’attore Leopoldo Fregoli, lo scrittore Enrico Pea. Tutti si tassarono per dotare il Premio di una “borsa”, per far uscire un indimenticabile numero unico, per mandare in porto una riuscitissima festa da ballo dove convennero, elegantissime, le più belle dame della Versilia. Oltre a Pirandello, Petrolini, Zacconi. Scrive Repaci: «ci fu da batter la spiaggia col rotolo dei giornali sotto il braccio e i blocchetti dei biglietti in tasca da vendere a gente che non sapeva neppure il nostro nome, che di libri ne masticava pochissimo, che di premi letterari non ne aveva sentito parlare». Repaci diresse il “Viareggio” per quattro anni. Poi duellò con Ciano, lui socialista che aveva scritto per “Ordine nuovo”di Gramsci, e la presidenza gli fu tolta. Fu esiliato, fu spiato, venne al “Margherita” in vacanza ma restò lontano, per parecchi anni, dalla sua creatura. Dopo la guerra, già nel 1946, Repaci, ora di nuovo socialista attivo con Nenni, poi con Saragat, poi vicino ai comunisti (fece parte del Congresso degli Intellettuali voluto da Stalin in Varsavia), infine libertario, tornò Presidente. E nella prima edizione premiò con Umberto Saba, poeta raffinato, esemplare, il viareggino Silvio Micheli autore di “Pane duro”. Questo ex aequo gli costò polemiche accesissime. La destra lo accusò d’essersi piegato al Pci. Ma lui resistette ben coadiuvato da un segretario di ferro, Leone Sbrana, scrittore impegnato e fedele milita. nte. Eppoi attorno a Repaci vi era una fitta rete di “compagni di viaggio” straviareggini. Scrive Repaci: «Le autorità locali, il sindaco, il presidente dell’Azienda Autonoma, la Società di Cultura, non hanno simpatia per noi. Ci considerano foresti venuti qui a mieter allori«. Così il “Viareggio” resistette con gli amici di sempre. Aggiunge Repaci: “Falciato dalla morte Viani, esule a Londra Parenti, ritiratosi a Firenze Conti, forastico Mario Marcucci, occasionale e malinconico Moses Levy, fuori giro Santini, Pardini, Catarsini, mi restano Jenco, Pea, Giancarlo Fusco, Delfini, Onorato, Bonetti, una bella compagnia che il Viareggio ha sempre avuto intorno»

1946, il “Margherita”, come altri alberghi, è occupato dagli americani. Dice Repaci: “Non posso alloggiare al Margherita ...è la quarta occupazione. Prima l’albergo fu requisito dalla marina tedesca che aveva una base per sommergibili a La Spezia e mandava qui a riposo i suoi ufficiali. Successero gli sfollati che trasformarono l’albergo in un’arnia piena di cacatine di topo. Vennero terzi i neri americani ch’eran soliti scaldarsi facendo falò nel giardino di porte, finestre, scuri, tavoli, armadi, cassettoni, sedie mentre vendevano al mercato nero la legna che forniva loro il comando». Ma il Premio, nonostante le traversie, si “alleonò”. E l’anno dopo, nel ‘47, a giuria unanime, lo vinse «Le lettere dal carcere» di Antonio Gramsci con una giuria dove comparivano, tra gli altri, i “lumi” della cultura nazionale da Concetto Marchesi a Manara Valgimigli, da Massimo Bontempelli a Giacomo Debenedetti a Leonello Fiumi ad Alberto Moravia. Intanto Repaci, aitante e saetta vulcanica, come al solito, girava per la “Settimana Incom” mentre entrava in onda con una bella straniera alla quale aveva misurato, sfacciatamente, le prosperose curve del seno. Così nacque la leggenda dell’ultimo Repaci, il Casanova dei bagni. E’ il Repaci che ho conosciuto da vicino. Cinque anni anno stato un suo “compagno di viaggio” (me lo scrive in un autografo). E sono stati gli anni delle sue ultime spericolate avventure: venne a pugni con Moravia e Pasolini sotto lo scalone del Royal (ero presente) perché loro volevano premiare Antonio Delfini (istigati da Cesare Garboli) e lui voleva premiare Piovene; cacciò Sbrana dalla segreteria. Si lasciò cullare da Rizzoli e mise in giuria i letterati di “famiglia” da Porzio a Spagnoletti a Michele Prisco (il premio andò a Giuseppe Berto), bilanciandoli con una sinistra tipo Guttuso e Zavattini. Restando dentro poeti come Eugenio Montale e Ungaretti. Insomma, prima che giungesse Gabriella Sobrino, nuova segretaria, io feci a Repaci da assistente. Volle che lo conducessi a “La Bussola”, facemmo gite e scorpacciate di cocomero ghiaccio. Andammo ospiti alle feste di villa Mondadori a Camaiore. E Repaci apparve anche ne “La Dolce vita” di Federico Fellini come l’intellettuale principe dei salotti romani. L’ultima fase della sua vicenda viareggina e della sua vita fu l’accordo con il comune, sindaco Federico Gemignani (Dc). Lo procurò il dottor Gianfranco Tamagnini che, Repaci ormai ammalato, gli s’era fatto amico devoto. Così il “Viareggio” tornò ai finanziamenti pubblici. Ma fu comunque un’eredità malgestita. Che poco aveva a che fare con il carattere, il puntiglio, la smania di successo e protagonismo, l’ambizione di questo grandissimo operatore culturale calabrese (romano e milanese) che, amando Viareggio, la fece appartenere alla sua intensissima vita spericolata e produttiva di opere.

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