La manifestazione
Dai Borbone ai Barsanti passando per Viani e il Duce
Tanta storia nella villa e nella tenuta costruita nel 1822 per Maria Luisa a metà fra Viareggio e Torre del Lago. E alla fine è andata al «nostro popolo»
di CORRADO BENZIO
La villa è lì, imponente. A metà fra Viareggio e Torre del Lago. Bella di fuori ma dentro di dubbia accessibilità. Perchè villa Borbone – la Versailles della corte lucchese – più che una reggia al mare nasce come casino di caccia. Sorge quando Maria Luisa di Borbone, signora di Lucca con la Restaurazione, chiese all’architetto Lorenzo Nottolini di costruire una struttura nel mezzo della Macchia Lucchese.
E’ il 1822 e il progetto dell’architetto lucchese (autore anche dell’acquedotto ottocentesco tagliato a metà dalla Firenze-Mare) prevede il casino ma anche un collegamento viario con palazzo Cittadella, reggia in città, che tagli in due la Macchia Lucchese.
Nasce così il viale dei Tigli, uno dei simboli di Viereggio. Negli anni Sessanta il settimanale Anna lo inserii fra gli itinerari romantici d’Italia. Poi lo abbiamo trascurato ed è finito nelle condizioni di oggi, ancora affascinante, ma niente a che fare con quello splendido viale che i più ricchi negli anni Cinquanta amavano percorrere con auto scoperte e belle donne coi capelli al vento.
Nella villa, anche dopo la caduta del Ducato di Lucca e quindi dei Borbone ramo Parma, continuarono a risiedere i discendenti di una casata francese -i Bourbons – che ha dominato la Francia ma anche il più grande stato italiano, ovvero il regno delle Due Sicilie. Famiglia importante. Da non dimenticare che in Versilia possedevano anche villa le Pianore a Capezzano e la Vallina a Pian di Mommio.
Alle Pianore di Capezzano nascerà Zita, che diventerà imperatrice d’Austria il 29 dicembre del 1916, sposando l’erede di Francesco Giuseppe, quel Cecco Beppe famigerato fra i patrioti italiani che aveva abdicato all’imperial regio governo dopo aver regnato per quasi 70 anni.
Zita era nata in Italia, ma come tutta la nobiltà si sentiva europea. E poi il matrimonio era di quelli importanti, soprattutto nel momento in cui la guerra – la prima guerra mondiale – sembrava tutt’altro che persa per gli imperi centrali.
Poi finirà come finirà e dopo il 4 novembre del 1918, giorno di Vittorio Veneto, Zita diventerà una nemica e con lei anche i Borbone che risiedevano o passavano le vacanze a Viareggio.
C’era ostilità. Per vari motivi. Uno era il fatto – oggi inconcebilie – che la pineta di levante, storicamente conosciuta come la Macchia Lucchese, era proprietà privata dei Borbone. Che non permettevano ai poverfi contadini e ai viareggini in genere neppure di esercitare il diritto di legnatico, ovvero di poter raccogliere la legna stramazzata al suolo. Il legnatico era un diritto importante per chi non aveva di che scaldarsi in inverno.
Fu Benito Mussolini che tagliò la testa al toro e nel 1926 restituì la Macchia Lucchese ai viareggini. Ai Borbone andò lauto indennizzo, ma non importa: l’importante è che i viareggini riavessero la loro pineta.
Ai Borbone restava la villa, la cappella gentilezza (che custodiva le salme di due Infanti di Spagna) costruita nel 1849 da Carlo III di Borbone, duca di Parma e Piacenza e l’intera tenuta coi suoi casolari.
L’ultima svolta avviene negli anni 80. Prima Benvenuto Barsanti, imprenditore viareggino con fortissimi interessi in Venezuela, acquistò villa e tenuta dai Borbone. Poi – era il 1985 – decise di donarla al popolo di Viareggio, come recita la lapide apposta nella villa.
Qualcuno a Viareggio aveva immaginato che la villa potesse diventare sede della casa da gioco. da almeno 70 anni agognata dai viareggini per rilanciare la città. Poi si scoprì che nella villa non c’erano saloni, da giustificare tavoli verdi e chemin de fer. E comunque la legge per la liberalizzazione dei casinò, nonostante cento proposte di legge e mille candidature di città, non è mai arrivata in aula. Restano i 4 storici (da Sanremo a Saint Vincent, da Campione a Venezia) e per gli altri rivolgersi ai partiti: tutti avevano motivazioni più o meno nobili per dire no.
E così la villa è rimasta ampiamente sottoutilizzata. E’ centro del Parco di Migliarino, luogo di piccole fiere, occasione di convegni e di lezioni. Niente di più, nonostante un accurato restauro.
Nella donazione della villa non è compresa la tenuta Borbone, che è rimasta in mano agli eredi Barsanti, peraltro al centro di una controversia sull’eredita che ha smosso la curiosità dei viareggini per almeno un decennio.
Oggi la villa aspetta ancora una sua destinazione definitiva (molti viareggini la imaginavano come la risposta alla Versiliana). E peraltro la Versiliana è figlia in qualche modo della Fondazione Viani, finanziata negli anni Ottanta dagli stessi Barsanti e diretta da Vitorio Grotti, personaggio inimitabile di una Viareggio che non esiste più, magari disinvolta ma sicuramente geniale. E intanto Viareggio custodisce memorie e imbarazzi dei Borboni.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google