Il Tirreno

Versilia

Processo Saetta: "Con questa vicenda la camorra non c’entra"

Viareggio: cade l’accusa di associazione mafiosa. Gli avvocati difensori: pena incomprensibile, faremo appello

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VIAREGGIO. Sei anni di processo, con numerose udienze tenutesi nell’aula bunker di Firenze per la presenza di collaboratori di giustizia. Ma alla fine per tutti gli imputati principali cade l’accusa più grave: quella di aver fatto parte di un clan camorristico.

Il tribunale, infatti, ha riconosciuto che esisteva un’associazione criminale dedita all’usura in Versilia, capace di mettere in piedi un giro d’affari milionario. Ma il tristemente noto articolo 416-bis del codice penale, che abbiamo imparato a conoscere nella stagione della lotta alla mafia e che era stato contestato all’inizio dell’inchiesta - con tanto di indagine della Direzione distrettuale antimafia di Firenze - è regredito a 416 “semplice”. Secondo i giudici, insomma, il prestito a strozzo era gestito sì da un’associazione a delinquere, ma non di stampo mafioso. Una lettura che peraltro è stata condivisa dalla stessa pubblica accusa, con il pm Fabio Origlio a sottolinearlo nelle richieste di condanna fatte pochi mesi fa.

Resta una sentenza molto dura per Vincenzo Saetta, Alessandro Discetti e gli altri imputati coinvolti nell’accusa di usura.

«Saetta, evidentemente, non è la camorra - affermano gli avvocati difensori Massimo Landi ed Eriberto Rosso, legali dello stesso e di Discetti - È davvero incomprensibile una condanna ad una pena così elevata, per episodi per i quali lo stesso pubblico ministero aveva indicato la mancanza di prove. Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza, poi faremo appello».

A Saetta, così come a Discetti, i giudici hanno inflitto cinque anni di libertà vigilata. Il provvedimento verrà applicato alla fine della pena: in parole povere Saetta - oggi agli arresti domiciliari - deve passare da tutti i gradi di giudizio, e da un’eventuale condanna definitiva che lo mandi in carcere, prima di arrivare a quel punto. Disposta anche la confisca dei beni già sequestrati in passato. Si parla di sei case, tre negozi e dodici conti correnti in città, a cui erano stati messi i sigilli tempo fa dalla Guardia di finanza su ordine del tribunale di Lucca. Nel mirino delle Fiamme gialle, infatti, c’era un patrimonio di oltre 6 milioni di euro (cifra calcolata complessivamente tra i beni sequestrati a Viareggio e quelli situati in Campania) che secondo gli inquirenti apparterrebbe a Vincenzo Saetta e ai suoi familiari.

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