Il Tirreno

Versilia

la sfida

Il ragazzo sulla carrozzella che scala le Apuane

Simone Pierotti
Michele Corfini con i suoi amici sul sentiero che porta al rifugio di Mosceta
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Michele Corfini con i suoi amici sul sentiero che porta al rifugio di Mosceta

Michele Corfini, studente universitario, insieme a un gruppo di amici ha raggiunto il rifugio di Mosceta a quota 1.100. E racconta: «Ora voglio la Pania»

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SERAVEZZA. «È come scalare una montagna». Quante volte abbiamo fatto ricorso a questa metafora per condividere con amici e famigliari difficoltà che appaiono, per l’appunto, insormontabili? Eppure c’è chi, pur in presenza di barriere (quelle sì) difficili da superare, un’altura l’ha scalata per davvero. E «con un piccolo aiuto dai miei amici», come recita un’immortale canzone dei Beatles, è arrivato su su fino al rifugio di Mosceta, a oltre 1.100 metri di altitudine, sebbene sia inchiodato sulla sedia a rotelle da quando è nato. Questa è la storia di Michele Corfini, un ragazzo di 24 anni talmente affascinato dalla montagna fin dalla tenera età che all’università ha intrapreso il corso di scienze ambientali, dove gli mancano ormai pochi esami per conseguire la laurea. È uno che ama le grandi sfide: appena compiuta la maggiore età si era lanciato col paracadute, provando così l’ebbrezza di volare. Da tre anni ha iniziato ad avventurarsi sugli altipiani della Versilia assieme a un gruppo di amici storici. Michele non può camminare ma ciò non implica che non possa arrivare in cima alla montagna, fisicamente e metaforicamente parlando: grazie a una speciale carrozzella chiamata joëlette i diversamente abili possono essere accompagnati anche sui sentieri più impegnativi. Come quello che conduce a Mosceta.

«Ne sentivo parlare da tempo di questo rifugio, mi hanno sempre raccontato che da lì si gode di una vista mozzafiato - racconta Michele - certo, non è stato facile arrivarci: l’ultimo tratto del sentiero era particolarmente ripido e questo ci ha costretto ad alcune pause forzate. Ma alla fine abbiamo impiegato un paio d’ore per arrivare da dove abbiamo parcheggiato l’auto fino al rifugio, una distanza che generalmente viene coperta in un’ora e mezzo. Eravamo in quattordici, davvero un bel gruppo».Di cui fa parte un’amica particolare dal nome francese. La joëlette, appunto.

«Colgo l’occasione per ringraziare tutta la comunità di Pruno, che me la presta sempre in occasione delle mie gite in montagna. Il Parco delle Apuane ne ha a disposizione ben tre, ma lo sanno in pochissimi». Michele ne è venuto a conoscenza grazie a un professore universitario: al resto hanno provveduto Gionata e Stefano, due suoi amici che hanno sostenuto un corso di formazione gratuito per condurre questa portantina con una sola ruota. I ragazzi non hanno dubbi: «È Michele l’anima del gruppo, è lui a trascinarci».

Il gruppo, finora, è stato al rifugio della Fania, all’Acquapendente e a San Rocchino. Con una curiosità: a ogni escursione, di solito fissata a cavallo tra giugno e luglio, si sono spinti sempre più in alto. «Difficile dire quale sia stata l’uscita più bella», confessa Michele. «Ciascuna è stata emozionante a modo suo: sei sempre a contatto con la natura, puoi ammirare magnifici esemplari di piante e animali e godere di paesaggi sempre nuovi. Qualche volta siamo stati pure in tenda». E ora che Michele ha piantato la bandierina a Mosceta («dicono che ora possiamo fare benissimo oltre l’80% dei sentieri delle Apuane, che sono tra i più impervi d’Italia») sente di voler alzare ulteriormente l’asticella: il suo sogno, a questo punto nemmeno troppo proibito, è la Pania della Croce. «È bene procedere per gradi, grazie all’esperienza e alla sicurezza che abbiamo acquisito escursione dopo escursione. Pian piano stiamo andando in tutti i posti che mi ero prefigurato. E ogni volta che da casa mia osservo la Pania mi dico che, prima o poi, salirò anche lassù».

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