Il dolore
Non c’è più pesce nel nostro mare
Mancano dentici, orate, branzini: da Viareggio a Livorno la pesca è sempre più povera
VIAREGGIO. «Il pesce è andato via». L’affermazione, categorica, è di Maurizio Acampora, pescatore della cooperativa “Mare nostrum”, di ritorno dall’uscita in barca: «Sono arrivato fino a San Rossore e non c’è quasi niente». A mancare è il pesce che viene proposto arrosto e da solo fa già scorpacciata. Se ve ne fosse bisogno, nel pomeriggio arriva la conferma, al mercato ittico che resiste nonostante lo stato nel quale è stato lasciato dalle amministrazioni che si sono succedute. Con buona pace della strumentazione pagata con denaro pubblico e mai entrata un funzione senza che alcuna autorità abbia mai chiesto conto a qualcuno. Come se a Viareggio, in materia si cattivo uso del denaro pubblico, valesse una sorta di salvacondotto buono per tutte le stagioni. Trigliette, sparnocchi, cicale, qualche cassetta di razze, pesce per frittura. Questo passe il mare di casa nostra nell’estate che a tavola chiede pesce fresco e vino bianco freddo.
«Non sono più le pescate di volta», racconta Giuseppe Volpe dell’omonima pescheria cittadina, quella di riferimento e “tendenza” per molte tavole viareggine e non solo. E questo fa inevitabilmente salire il prezzo del pesce che si può vendere assicurando la provenienza dalle acque più vicine a Viareggio. Acque che di pagello, per esempio, ne “sfornano” ma del più pregiato dentice non se ne vede nemmeno l’ombra. «Noi - continua Volpe - trattiamo molto pesce francese, per esempio i branzini, ed i dentici arrivano dall’Atlantico. Molto buono è anche ciò che proviene dall’Argentina dove ora è inverno». Per rivedere pinne e branchie di casa nostra - è l’opinione del titolare della pescheria - «bisognerebbe che ci fosse qualche mareggiata, di quelle di una volta, che duravano quattro giorni e servivano a rinnovare, ripulire».
Che andare per mare in questa estate di caldo-umido non sia impresa redditizia lo conferma Silvio Nuti, biologo marino e fondatore del “Cetus”: «I pescatori devono stare sempre più fuori, andare sempre più lontano e strascicare sempre di più. Io stesso li ho incontrati a strascicare oltre il Terminal Off shore per fare le cassette di pesce da fritto». I costi per questa attività sono sempre più alti e avere una cassetta in più da sbarcare fa la differenza: «Il risultato - così l’analisi dell’ambientalista - è quello che per anni hai consumato le cose piccole per portare sulle tavole il fritto, ma se dal mare togli le cose piccole quelle grosse poi non le hai».
Questo in generale. Nel fenomeno denunciato dai pescatori, però, incidono inevitabilmente le condizioni atmosferiche: «Giorni e giorni di caldo e mare fermo - continua Nuti - portano il nutrimento a depositarsi sul fondale. Ecco perché c’è necessità delle mareggiate...».
In mezzo ci si mette poi la natura che percorre le proprie strade. Per cui, per esempio, quest’anno i naselli - nelle zone di ripopolamento di Gorgona e Montecristo - «non si sono riprodotti» nella quantità consueta, fa notare il biologo marino.
Le cassette vengono scaricate dalle barche pronte per l’asta e poi, via, verso le tavole. Ordinate la rana pescatrice, o le cicale, gli sparnocchi e sarete sicuri che nel vostro piatto ci sarà il pescato locale. Per il dentice, il branzino, le orate, ognuno si organizza come meglio crede. I grossisti, per esempio, hanno iniziato a lavorare molto anche con il Marocco.
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