Finanza
«Papa Francesco, ascoltaci»
I familiari delle vittime hanno chiesto al vescovo di aiutarli a incontrare il Pontefice
VIAREGGIO. Di sè dice «sono uno che parla poco, si sa...», ma ieri ha fatto sentire la propria voce, e quella di tutti i familiari delle vittime della strage di Viareggio, insieme alla città che le piange. Una voce così forte - quella di Silvano Falorni - fratello di Andrea, lo “Scarburato” morto insieme alla moglie Maria Luisa Carmazzi (“Pulce”) nella notte della strage di sei anni fa - che deve arrivare fino a San Pietro. «Eminenza, posso dirle due parole?». La messa per le vittime è appena terminata nella cappella del cimitero della Misericordia e Silvano ferma così il vescovo Italo Castellani. «Ci dia una mano, ci faccia parlare con il Santo Padre...», è la richiesta formulata nel modo più intenso e semplice possibile. Il vescovo - racconta Falorni al “Tirreno” - «mi ha risposto “non è semplice, vedremo cosa possiamo fare...”». Ma Silvano non si arrende. Come non si è arreso nei giorni dopo la catastrofe, quando insieme ai fratelli ha setacciato le macerie, affondando le mani tra la polvere ed i sassi, per cercare i resti di Andrea. Che ha pagato con la vita la “colpa” di aver portato a spasso il cane, come ogni sera. Ad un passo da casa: ma in un attimo quella era il luogo ed il momento sbagliati.
«Allora, se ci dice così, vuol dire che anche la Chiesa ci ha abbandonato, come ha fatto lo Stato»: parole di vivi che risuonano tra i marmi dei morti». «No, no...questo no», risponde Italo Castellani: «Il colloquio - così conclude il racconto Falorni - è terminato con il vescovo che mi ha risposto “farò una richiesta e vi farò sapere”. Io l’ho preso come un impegno...».
Con il vescovo, ieri, non è stato possibile parlare. Il suo portavoce, don Lucio, ha spiegato al “Tirreno” che in questi casi, casomai, «prima si fa la richiesta e poi, se va a buon fine, si rende noto». Quindi non resta che l’attesa.
Èd i familiari delle vittime della strage di Viareggio è molto che aspettano. Sei anni, per la precisione: prima la chiusura delle indagini, poi i nomi degli imputati, ora la fine del processo iniziato nel novembre 2013 ed arrivato al giro di boa in cui la parola spetta agli imputati che eventualmente volessero essere ascoltati in aula, ed ai loro consulenti tecnici. Intanto, il reato di incendio colposo va in prescrizione. «Non possiamo permetterlo - è il coro che si leva da Viareggio attraverso il comitato nazionale “Noi non dimentichiamo” -. La politica si “inventi” qualcosa». Perché la morte di trentadue persone non sia relegata a «spiacevole episodio», come ebbe a dire in Senato l’amministratore delegato di Fs, Mauro Moretti, oggi imputato. Perché le ferite nel cuore e sulla pelle non siano frutto del destino, parola con la quale tutto si giustifica.
È il messaggio forte che arriva dal cortometraggio “Ovunque proteggi” (di Massimo Bondielli e Gino Martella) proiettato lunedì sera al termine del corteo. La corsa di Marco Piagentini è verso il futuro. Un futuro di verità e di giustizia: «I nostri figli qualcuno ce li ha portati via...Qualcuno ce li ha ammazzati... - è la voce di Daniela Rombi nel cortometraggio -: perché erano in casa loro...». L’opera di Bondielli e Martella è un bel veicolo perché sul disastro ferroviario di Viareggio non scenda l’oblio che invece si vorrebbe. «Ma noi andiamo a Roma», è stato l’annunciato formulato lunedì pomeriggio in Municipio. Sotto il Quirinale entro la metà di luglio «per rispondere al presidente Mattarella che ci ha fatto sapere che non ci riceverà, come pure il suo predecessore Napolitano». E poi in piazza San Pietro, o con un’udienza concessa da Papa Francesco o comunque, «perché un altro capo di Stato ci ascolti». E poi, un convegno nazionale, sulla giustizia in rapporto con i reati di strage «che sono contro l’umanità e non possono andare in prescrizione...».
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