Sicurezza
Strage di Viareggio: sei anni di dolore, delusioni e rabbia
Dalla fine del 2013 c’è il processo all’asse che si è rotto, a cosa ha squarciato la cisterna, alla sicurezza lungo i binari
VIAREGGIO. Qualche giorno fa erano a Roma in rappresentanza dell’associazione dei familiari delle vittime: «I nostri interlocutori - racconta Marco Piagentini - pensavano che il processo fosse finito». 29 giugno 2009-29 giugno 2015, sei anni da quella notte di fuoco, esplosioni, sirene, carne che brucia, disinfettante, elicotteri che si alzano in volo per viaggi che della speranza non saranno nel giro di poche ore. Sei anni di lutti. Di foto dei familiari morti appese al collo. Di strade battute, aule giudiziarie riempite, frasi ascoltate, rabbie trattenute, lacrime ancora più amare.
Oggi è l’anniversario. Alle 23,58 di sei anni fa Viareggio - e l’Italia insieme - scoprirono che i treni esplodono. Se viaggiano carichi di sostanze pericolose, lungo una rete ferroviaria «che non è un biliardo», come ha dichiarato in aula l’avvocato di Mauro Moretti, all’epoca del disastro ferroviario amministratore delegato di Ferrovie, la stessa rete che non aveva l’autorizzazione di sicurezza, ottenuta solo anni dopo, a chiudere con troppo fretta un lungo contenzioso con l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria. Come ha raccontano, ancora una volta nell’aula dove si tiene il processo dal 13 novembre 2013, Alberto Chiovelli, ex direttore di Ansf.
LA STRAGE CHE VIENE DA LONTANO: IL RACCONTO MULTIMEDIALE
Una cisterna che deraglia, un oggetto lungo i binari che la squarcia (un picchetto di regolazione curve secondo l’accusa, un elemento dello scambio per la difesa), il Gpl che esce e raggiunge - in forma di una leggera nuvola azzurrognola - le case di via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, quartiere Terminetto, porte e finestre ad un passo dai binari. La cisterna appoggia su un carrello, sotto il quale gli assi e le ruote. Uno degli assi ha, al proprio interno, una frattura (cricca), Nel senso che la ruggine se lo sta mangiando. Da tempo. In barba al sistema di manutenzioni che attraversa l’Europa. Perché si capisce fin dai primi rilievi che quel treno a pancia all’aria in mezzo alla distruzione e all’odore di bruciato è cosa d’Europa.
La stessa Europa che ancora non è riuscita a prendere una decisione per l’installazione del sistemi antisvio sui treni merci. Dispositivi che mandano in frenata i convogli se si innesca un deragliamento, e che - secondo l’Europa - frenerebbero anche i bilanci delle imprese ferroviarie. Su come funzionare la Comunità quando si tratta di ferrovie restano scolpite nella pietra le parole dell’ispettore superiore della Polfer Lombardia, Angelo Laurino, che per tre anni lavora alle indagini sulla strage di Viareggio: «Appare chiaro come con la privatizzazione si è principalmente perseguito lo scopo di imporre comportamenti competitivi di mercato senza introdurre adeguati vincoli a garanzia della sicurezza dei sistemi di trasporto».
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Un a questione che coinvolge a pieno l’Italia, Ferrovie e le sue imprese: Trenitalia, all'indomani del disastro ferroviario di Viareggio, non fu in grado di fornire all'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria documenti e informazioni relativi alla manutenzione del carromerci deragliato: «Trovammo lacunoso - ha ricordato Chiovelli in aula - la mancanza di documentazione rispetto alla consapevolezza degli aspetti manutentivi dei carri non di Trenitalia ma che la stessa utilizzava».
L’Italia del 2009 aveva problemi in materia di sicurezza lungo i binari: «Ogni atto, ogni iniziativa non coerente alla direttive sia dei due dicasteri (trasporti ed economia, ndr), sia del Governo, si configura come atto di inadempienza contrattuale. Specialmente quando questo comportamento coinvolge la sfera della sicurezza della rete dei rotabili che su tale rete vengono movimentati»: così scrive il capo di gabinetto del ministro Matteoli, Claudio Infolla, all’ad di Fs, Mauro Moretti. In una lettera dei toni durissimi.
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Ecco cosa è stato il disastro ferroviario di Viareggio, a processo dal novembre 2013. Ecco cosa è, sei anni dopo, quando una direttiva dell’Ansf impegna Rete ferroviaria italiana ad un programma di rimozione dei picchetti lungo i binari che è rimasto lettera morta. Con buona pace di trentadue morti, delle macerie nelle mura e nei cuori. E della sicurezza dei trasporti ferroviari. In quell’Europa che due anni prima del giugno 2009 aveva lanciato un allarme: gli assi tedeschi hanno la ruggine, si spezzano e vanno in giro ricoperti da più mani di vernice per nascondere il killer che è in loro.
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