Il dolore
Quei due discoli e la Versilia d’oro
Mario e Nicola sembrano usciti fuori dalla Vita spericolata di Vasco Rossi
CORRADO BENZIO. Qualcuno poi si è perso dietro ai fatti suoi. Qui si sono persi in due. Nicola, il capopopolo, il guascone, il creativo anche. E Mario, più tranquillo, ma ugualmente percorso da troppi demoni. Una vita spericolata, come quella di Steve McQueen, con firma in calce di Vasco Rossi.
Avere vent’anni all’inizio del Decennio d’oro dell’Italia significa, come loro, immaginare di avere il mondo in mano. I Guidotti sono bravi a giocare a pallone negli anni in cui l’Italia vince il Mondiale di Spagna ma soprattutto – questo è il punto cruciale – ritrova la voglia di divertirsi. Abbiamo un partigiano come presidente, sconfitto il terrorismo, inventato la Milano da bere (molti non lo ricordano, ma il copywright è della Ramazzotti, quella dell’amaro). E abbiamo anche in tavola le penne alla vodka, la tagliata con la rucola, il tiramisù.
Mario finisce a Bologna in quella fucina di campioni che sfornerà un giocatore come Roberto Mancini da Fano. Qualche anno prima all’ombra del «Dall’Ara» è arrivato un’altra promessa viareggina, «Bibolo» Servi. Varie generazioni, ma di fenomeni ne rimarrà uno solo. Uno su mille ce la fa: e a Viareggio tocca a Marcello Lippi, anche a lui a 16 anni in viaggio verso Genova, sponda Sampdoria.
La Versilia, come non mai, è un luogo da bere. Trionfa il Patriarca con il risotto al curry e lupicante gratinato al forno. Ci vanno Giorgio Armani e Mina, ma anche l’Ivo Barrociai della situazione con la «Ganza Storica» (citazione da Edoardo Nesi). Poi c’è l’Enoclub per agganciare la parrucchiera che arriva da Pisa. E ancora il bar Manetti e la mostra della nautica, ennesima invenzione, poi rubata da altri (Genova e non solo):
E’ in questa Viareggio rutilante che crescono Nicola e Mario. Nicola ha forse più talento e meno voglia. E’ un bel ragazzo ma non vuole soffrire dietro un pallone.
Viareggio cambia pelle, anche a spese dei Guidotti di turno. Crescono nel bar Ivano, ma in giro c’è anche il bar Excelsa, il Così Com’è, il bar Lazzi (sede del Viola club): tutti hanno la squadra e una discreta dose di grulli che passano la giornata lì fra un corretto e un ponce a vela. Sparirà anche quel mondo. Intanto Nicola Guidotti cresce, diventa un serio imprenditore della ristorazione. Serio e di successo. Il Barcobestia, lo abbiamo scritto, è il prototipo del ristorante di pesce low cost. Una rivoluzione capìta solo dopo, quando arriva la crisi e allora gli imitatori e i succhiaruote sono millanta.
Come tanti ristoratori di fama (e dal cassetto gonfio) si apre ai vizi della notte, quando si chiude il locale e non c’è voglia di andare a letto. E la notte, in Versilia, non è fatta di samaritani e santemariegoretti.
Non sono educande quelli che danno fuoco al Mezzo Marinaio (per chi non conosce il gergo: è quell’asta con gancio per attraccare la barca). Per gelosia e invida. Bisogna avere coraggio per ripartire. Rigettare in gola tutta l’amarezza per un mondo siffatto. Come diceva quello: in Italia si perdona tutto, fuorchè il successo. Barcobestia, Mezzo Marinaio e ora il Capitano. Questo figlio di una dinastia di trabaccolari aveva fatto tanto. Poi, come nel calcio, aveva perso il tocco magico: la palla non andava più dove l’aveva indirizzata, lo scatto non è più felino. E allora tutti i pensieri si accollano su un fratello che non tira dritto. E che il suo treno lo aveva perso già 35 anni fa, togliendosi la gloriosa casacca della squadra che «tremare il mondo fa(ceva)».
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