Il Tirreno

Versilia

E il locale ha già riaperto

di CESARE BONIFAZI

Ai tavoli clientela del Nord che mangia lo “scoglio” e ignora la tragedia

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di CESARE BONIFAZI

Il giorno dopo il Mezzo Marinaio è aperto. Già a pranzo, a poche ore dall’omicidio. Inutile citare gli americani e il motto di Broadway: the show must go on. Qui non si tratta di mandare avanti uno show, anche se la cucina è spettacolo. Qui si tratta di sopravvivere, di lavorare, campare. Di approfittare di un caldo weekend di giugno per portare in cassa - e magari oggi in banca - un po’ di contante.

Il sole è caldo, la giornata estiva porta un sacco di turisti. Il locale si trova a fianco del Palasport, a poche centinaia di metri dalla spiaggia del Vialone. A pranzo ci saranno una quarantina di persone sedute. Come se niente fosse successo. Tra i tavoli nessuno parla con accento toscano, sono tutti del Nord Italia, frequentatori abituali delle spiagge di Levante, le più popolari della Versilia.

L’atmosfera non sembra tesa: i piatti escono dalla cucina veloci tra mezzi sorrisi e chiacchiere da bar. Chi entra non può certo avere l’impressione che proprio lì, meno di ventiquattrore prima, si è consumata una tragedia da cronaca nera. Nicola Guidotti, il proprietario, ha ucciso con quattro colpi di revolver il fratello Mario, anche lui impegnato nel locale. A poche centinaia di metri, lungo via Coppino, anche Il Capitano, il ristorante dell’omicida, è aperto. Di quell’orrore familiare che ha scioccato la Darsena poche ore prima, paradossalmente, non c’è traccia.

Sfogliando Tripadvisor c’è una recensione che oggi suona inevitabilmente amara: parla di «ambiente famigliare». Per lo più Internet ci rimanda critiche, sottolineando che il locale non è più quello di una volta. Un paio di mesi fa il cameriere viene descritto crudelmente e immotivatamente come uno «che ha rinunciato ad una carriera delinquenziale». Parole testuali che rivelano, comunque, una cattiveria.

Al Mezzo Marinaio si mangia fuori sui tavoli di plastica nera e le tovaglie di carta. Ogni tanto qualche motorino passa e rallenta proprio all’altezza del ristorante. Osserva e riparte. La temperatura è gradevole e la clientela è rilassata, forse ignara, forse no. È una giornata difficile per chi serve la frittura e lo scoglio, anche se si vuol far finta che vada tutto bene. L’omicidio è l’argomento del giorno e il personale ne parla, anche in maniera aperta. Da dietro il bancone un dipendente sulla cinquantina prepara i caffè e batte i conti, si intrattiene con un cliente, deve essere “di casa”. Gli racconta l’accaduto come se riguardasse degli estranei e sembra trovare delle attenuanti al folle gesto di Nicola. E poi continua: «Non mi sembrava per niente pentito di quello che aveva fatto. E non era la prima volta che litigavano pesantemente». Parole pesanti. Forse dettate dall’emozione, per resistere allo choc. L’unica che riesce meno a mantenere il distacco è una cameriera. Avrà al massimo trent’anni, è molto sbrigativa e forza molto il sorriso. Vuole liberarsi presto dei clienti e, sovrappensiero, si dimentica di annunciare il menù prima di prendere l’ordinazione. Guarda tutti come se volesse andare via il prima possibile. Nei pochi momenti che ha a disposizione, tra una portata e l’altra, si appoggia con la spalla alla porta esterna del ristorante e punta lo sguardo nel vuoto. Ha un’aria cupa, quasi scioccata. Forse rivive con il pensiero quel momento. Nessun lutto aperto, quindi. Neanche una lacrima. Ogni tanto si trova il tempo anche di fare due risate.

L’unico particolare a ricordare il lutto è una rosa rossa in un vasetto di vetro sul marciapiede, di fronte al ristorante. Qualche antipasto di mare, un tagliolino al nero di seppia, una Trabaccolara, una fritturina e un paio di caffè. Conto modesto, sui 30 euro. Così fino alle tre del pomeriggio, si riapre la sera.

Alle pareti nessuna foto, nessun particolare che racconti di un tempo, quando i due fratelli lavoravano insieme. Al bancone, proprio accanto alla macchina del caffè, c’è un cartello: “Non si effettua servizio al bar”, c’è una piccola aggiunta scritta a penna chissà quanto tempo prima: “Chi litiga, va a casa”. Per Mario e Nicola è andata diversamente.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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