Sicurezza
Mori: ora basta, voglio guidare io il Pd
L’ex vicesindaco si candida a segretario. «Si faccia da parte chi ha consegnato la città a Mallegni: ha fatto il suo tempo»
PIETRASANTA. «Basta con i tatticismi e la mancanza di autocritica: la verità è che abbiamo consegnato la città a Mallegni e che una classe politica del Pd pietrasantino ha fatto il suo tempo. Per quanto mi riguarda sono pronto a candidarmi alla segreteria del partito». All’indomani dell’assemblea dei delegati che ha ratificato le dimissioni, proprio da segretario, di Antonio Orsucci, le parole dell’ex vice-sindaco Luca Mori sono la chiave di volta di un confronto, interno al Partito democratico, che si profila senza sconti.
«I pietrasantini hanno bocciato il nostro operato: le responsabilità sono di tutti. Siamo stati troppo a lungo lontani dalla quotidianità, legati al risanamento dei conti di bilancio e al regolamento urbanistico. Avevo chiesto discontinuità: non sono stato ascoltato».
Cosa serve al Pd pietrasantino, per ripartire?
«Gente nuova, metodi nuovi, la voglia di stare fra la gente e non di rinchiudersi in una stanza. Chi fa politica da anni, ricoprendo vari incarichi, si faccia da parte, non perché abbia più responsabilità in questo momento, ma perché è giusto lasciare ad altri la possibilità di muoversi senza vincoli. In poche parole grazie e arrivederci».
Perché dice che avete consegnato la città a Mallegni?
«Perché siamo stati noi a perdere, dando la possibilità a Mallegni di fare campagna elettorale su sicurezza, decoro, funzionamento della macchina comunale, che erano da tempo nel mio programma. Sia nel 2000, quando non c’ero, che nel 2015, abbiamo messo nelle condizioni il centrodestra di vincere e a reggere le fila del partito ci sono sempre gli stessi».
I nomi?
«Sono i soliti sette o otto, non sta al sottoscritto citarli. Hanno fatto molto, in 30 anni, per il Pd, ma adesso, come ho detto, è tempo che si facciano da parte».
Il primo a fare un passo indietro è stato l’ex segretario Orsucci.
«A mio avviso è stato bravo a gestire un momento complicato. Ho apprezzato la sua decisione di farsi da parte per dare il via ad una nuova fase».
Nel suo passato ci sono le sconfitte alle primarie del 2010 e del 2015 e la battaglia dentro il partito, persa con Lombardi: perché il Pd dovrebbe ricompattarsi intorno al suo nome?
«Non penso che il partito debba farlo obbligatoriamente intorno a me, credo però che servano unità d’intenti, voglia di cambiamento, capacità di ascolto della città. Di questo cambiamento proverò a farmi interprete, poi sarà l’assemblea a decidere».
La coalizione di centrosinistra ha ancora un senso politico?
«Una riflessione è obbligata. Ha una logica condividere un percorso con chi rivendica, a mio avviso, simboli e posizioni non più al passo con i tempi? La sinistra, nei mesi scorsi, ha posto un veto alla mia candidatura a sindaco (e a quella di Lombardi, ndr) senza mai confrontarsi sui programmi. Se hai programmi comuni nell’interesse della città, bene, altrimenti meglio che il Pd vada da solo».
Cosa porterà l’elezione di Massimo Mallegni alla città?
«Credo un entusiasmo iniziale: magari fisserà due o tre obiettivi e sarà capace di raggiungerli, anche se molti problemi resteranno irrisolti.».
E cosa si deve aspettare l’elettorato del Partito Democratico per il prossimo futuro?
«Ci saranno momenti duri, ma c’è anche la possibilità di una rinascita, di nuovi entusiasmi. I vecchi steccati, i “renziani” e i “cuperliani” ad esempio, non hanno più senso: abbiamo perso le elezioni, conta solo questo. Prepariamoci ad una fase nuova, controllando senza sconti l’operato di chi amministra e dando il nostro assenso quando faranno, come auspico, scelte giuste. Ma il Pd esca dalle vecchie logiche, dai soliti nomi che hanno fatto e disfatto in questi anni. È l’ultima occasione per ricominciare dando un taglio netto con il passato. Non perdiamola ancora una volta».
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