Zendrini e la bonifica di Viareggio Così la città sconfisse la malaria
Duecentottanta anni fa, Il 23 maggio 1735, l’illustre matematico della Repubblica di Venezia presentò il primo progetto per rendere vivibili i terreni paludosi intorno al nucleo cittadino
di PAOLO FORNACIARI
Duecentottanta anni fa, il 23 maggio 1735, Bernardino Zendrini, "Matematico della Serenissima Repubblica di Venezia con la generale soprintendenza alle Acque", presentò all'Offizio sopra la Foce di Viareggio la "Relazione che concerne il Miglioramento dell'Aria e la riforma di quel Porto".
Il problema di bonificare il territorio intorno a Viareggio, la necessità di rendere vivibile quella terra, favorendone gli insediamenti abitativi, di mantenere aperto al traffico marittimo il porto di quel villaggio, incrementandone le potenzialità commerciali, stavano molto a cuore al Governo lucchese che, già negli anni passati, aveva cercato numerose soluzioni, con scarsi risultati ed ingenti spese.
Il progetto di Bernardino Zendrini, nato a Saviore, in Val Camonica, nel 1679, laureato a Padova in medicina e dotato di una forte inclinazione per le scienze tanto da essere insignito dalla Repubblica Veneta a matematico sopraintendente alle acque, fiumi, lagune e ponti nel 1720, si basava sulla costruzione di un sistema di cateratte per regolare il deflusso delle acque, lo spoglio e la pulizia delle fosse nonché «utile ed insigne rimedio in riguardo dell'aria e della popolazione, si reputa dovere essere il taglio della Macchia, se non di tutta in un tempo, al certo della medesima a parte a parte, si della grande, posta lungi il lido del mare, tanto di qua che di là dalla Fossa di Viareggio, che della minore di Montramito; e con cavamento da Tramontana in Ostro condurre tutte le acque, che stanno ora stagnanti dentro di esse Macchie, negli scoli maestri, che sarebbero da un canto la Fossa delle Quindici, e la Fossa Pisana, ora arretrata; e dall'altro il Poggio delle Viti, e l'altra Fossa Pisana, destinata ora a portar l'acqua chiara di Camaiore, per ridurre a coltura di aratro le parti più remote dal mare ed altre; e a prati, pascoli, ed anco ad ortaglie le più vicine: coll'avvertenza di tenere ben largo l'impianto degli alberi di campagna ne' siti, ne' quali fosse creduto bene di piantar viti, e di lasciare senza alberi i prati e pascoli, coll'oggetto sempre di una maggiore ventilazione dell'aria, e della maggiore ubertà dello Stato».
Lo studio dell'ingegnere bresciano fu discusso dall'Offizio nella riunione del 24 agosto dello stesso anno e fu subito approvato, anche se il preventivo di spesa, di circa 13.000 scudi, fu giudicato troppo oneroso per le finanze dello stato lucchese.
La realizzazione del progetto dello Zendrini fu decisiva anche se, a conti fatti, costò a Lucca la considerevole somma di 25.557 scudi. Fu questo il progetto più completo fino ad ora messo in pratica dal Governo Lucchese e fu quello che, portato a termine, risolse l'annoso problema del territorio paludoso e malarico delle Marine.
Viareggio alla fine aveva vinto la sua secolare battaglia contro la malaria, creando le premesse per un avvenire di città salubre e turistica. Ma non bisogna pensare che ciò sia avvenuto in brevissimo tempo. Il cambiamento radicale delle condizioni ambientali avvenne nel giro di alcuni decenni e non mancarono, nel frattempo, recidive della malaria.
Iniziato nel 1741 (data di completamento del sistema di cateratte) si protrasse fino a circa il 1750 per dare modo allo Stato di entrare in possesso di tutta la macchia della Comunità e dei privati al fine di effettuare la necessaria operazione di taglio prevista dallo Zendrini e per la quale si espressero favorevolmente anche insigni studiosi quali Giovanni Poleni, Giacomo Bartolomeo Beccari, Pasquale Rinomati ed altri.
Quest'ultima soluzione diede origine a sua volta ad un grave inconveniente: quando soffiava il vento di libeccio si avevano rovinosi effetti per la campagna retrostante, rimasta allo scoperto dopo il taglio della barriera naturale formata dalle Macchie. Per riparare a questa situazione, che pregiudicava i raccolti e che metteva in pericolo tutta l'attività agricola, il senato lucchese decise di creare uno sbarramento artificiale che ostacolasse l'impeto dei venti, seminando lungo il litorale, vicino al mare, centinaia e centinaia di pinastri.
Alla prima semina, avvenuta nel 1747, ne seguirono altre nel 1759, nel 1771 ed ancora dopo, che diedero origine alle pinete viareggine.
Le condizioni ambientali non più ostili e la divisione dei terreni strappati alla palude, determinarono una subitanea trasformazione del territorio e del borgo di Viareggio.
Poco tempo, appena un decennio, fu sufficiente perché il paese mutasse fisionomia. Molti fabbricati, già destinati ad uffici delle magistrature lucchesi ed a magazzini, furono ridotti in abitazioni e palazzine private.
Altre case, negozi ed alcuni palazzi, fatti costruire lungo la via Regia da nobili famiglie lucchesi, che li occupavano normalmente in primavera ed in autunno, vennero ad ampliare il tessuto urbano che, di lì a poco, dovette essere oggetto di un primo piano edilizio, onde evitare una caotica ed irrazionale crescita del piccolo borgo che dai 222 abitanti del 1742 passò ai 939 del 1750, che diventeranno poi 1317 già nel 1766.
Fu così che, una volta completate le bonifiche previste dal progetto di Bernardino Zendrini, l'Ufficio della Foce, dimostrando grande oculatezza nel gestire lo sviluppo della città, nel 1748, a causa delle mutate condizioni della zona e prevedendo un incremento delle costruzioni, diede incarico all'architetto Valentino Valentini di redigere una pianta «per dar norma e regola propria, conveniente alle fabbriche che si faranno in avvenire, per comodo ed ornamento maggiore del paese».
In quella Viareggio si dette convegno per il resto del Settecento l'aristocrazia lucchese, specialmente durante i mesi primavera, prima che cominciasse la stagione termale a Bagni di Lucca.
Le giornate trascorrevano in galoppate lungo la marina, scambi di visite, gite in mare e, alla sera, balli e concerti nei saloni dei vari palazzi, con l'intervento, qualche volta, anche degli artisti del Teatro di Lucca, e rappresentazioni di dilettanti nel teatrino di casa Belluomini.
Il passatempo preferito era il gioco, tanto diffuso da dover essere oggetto di provvedimenti da parte dei governanti lucchesi per frenarne gli abusi. Ma se a Viareggio il patriziato lucchese viveva spensieratamente, non bisogna credere che così fosse anche per il resto della popolazione.
I viareggini, anche per tutta la seconda metà del Settecento, continuarono a lottare contro un destino ancora decisamente ostile.
Dopo la bonifica del padule, anche se Viareggio non era più la "terra del diavolo", le condizioni di vita della popolazione furono rese drammatiche da un susseguirsi di anni di carestia e di diffusioni di epidemie e di colera tanto che, nel 1750, gli amministratori di Viareggio, allarmati dalla minaccia di una nuova e più grave carestia, fecero celebrare funzioni religiose per placare «l'ira di Sua Divina Maestà Signor Nostro, acciò voglia compiacersi concederci la tanto desiderata serenità».
Inoltre, una mappa del 1779 testimonia che a Viareggio, accanto alle dimore eleganti dei nobili lucchesi, vi erano ancora unità abitative precarie ed indecorose, come le 67 capanne disseminate a ridosso del recinto dell'Orto del Convento dei Francescani, che furono poi abbandonate quando fu decisa l'alienazione gratuita di quei terreni a chi si fosse impegnato a costruirci sopra.
Nonostante i benefici della grandiosa opera di bonifica del territorio, progettata da Bernardino Zendrini, il Settecento si chiuse senza che il popolo di Viareggio vedesse realizzata «la tanto desiderata serenità», ma furono create le premesse per un futuro della diverso e migliore che si realizzò nel corso dell'Ottocento.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
