Il Tirreno

Versilia

Testamento con firma falsa: due versiliesi a processo

Luca Tronchetti
Testamento con firma falsa: due versiliesi a processo

Guerra legale per l'eredità contesa di una donna di 95 anni: oggetto del contendere ville e conti correnti

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VIAREGGIO. Per essere certa che la firma della bisnonna sul testamento era apocrifa si è rivolta a tre esperti grafologi e tra questi lo studio milanese di Evi Crotti che nel 1978, durante il sequestro di Aldo Moro si è occupata, su specifico incarico dell’allora ministro degli Interni Francesco Cossiga, dell’analisi degli scritti dello statista e, anni più tardi, dopo il ritrovamento delle 400 lettere di Aldo Moro, dell’analisi evolutiva della sua scrittura durante il sequestro. Alla fine, dopo nove anni d’indagini, richieste d’archiviazione e nuovi approfondimenti è riuscita a convincere gli inquirenti che quel testamento che nominava erede universale suo zio era falso e la grafia non apparteneva all’anziana scomparsa in Versilia nel 2005 a 95 anni.

Così sono finiti a giudizio davanti al gup Marcella Spada Ricci il presunto erede universale Pierluigi Chiappetta, 73 anni, nato e residente a Carrara e i testimoni firmatari dell’atto pubblico redatto il 13 gennaio di 10 anni fa dal notaio Francesco Rizzo (deceduto in seguito) vale a dire Alberto Manfredi, 73 anni, residente a Viareggio e Gianna Baratta, 37 anni, di Forte dei Marmi.

I tre, a vario titolo e con gradi diversi di responsabilità, sono accusati di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Stando alla procura – l’inchiesta inizialmente era stata affidata al sostituto Sergio Garofalo che chiese l’archiviazione e poi è finita sul tavolo del sostituto procuratore Elena Leone che, in base a nuovi elementi probatori emersi nel corso della parallela causa civile di fronte al giudice Antonella Frizilio, ha chiesto il rinvio a giudizio con l’udienza camerale che si terrà martedì 26 maggio  - il nipote della <de cuius> e beneficiario del testamento assieme ai due testimoni attestava l’autenticità della sottoscrizione della scheda testamentaria di Bernardina Fornaciari, 95 anni, pubblicata dal conservatore dell’archivio di Lucca il 12 settembre 2006.

Sì perché in quella data la pensionata aveva già redatto un testamento con firma autentica nel quale lasciava il suo cospicuo patrimonio – una somma di 900mila euro su un conto corrente presso una banca versiliese, una villa a Pietrasanta e un’altra abitazione in Versilia – suddiviso tra i parenti tra cui l’adorata Eleonora Vita, all’epoca studentessa universitaria. Ma improvvisamente pochi ore dopo la morte dell’anziana spunta un altro testamento che nomina il nipote Pierluigi Chiappetta erede unico e universale di tutti i beni. Inizia così una lunga querelle a colpi di carta bollata.

Eleonora Vita – assistita nella causa penale dall’avvocato Maurizio Campo – acquisisce tre pareri tecnici da esperti grafologi: il prof Paolo Brondi, il dottor Massimo Biagi e lo studio Crotti-Magni di Milano. Mentre la causa penale sembra non aver corso in quella civile il giudice il 13 novembre 2013 nomina come consulente tecnico la dottoressa Serenella Carabba che deposita un proprio elaborato peritale concludendo – come avevano fatto i consulenti di parte – per la palese non autenticità della sottoscrizione di Bernardina Fornaciari.

Proprio alla luce di quell’elaborato peritale la parte offesa (Eleonora Vita) attraverso il suo legale presenta una nuova denuncia-querela e stavolta la procura porta avanti l’azione penale. Tra gli indagati non figura – perché deceduto – il notaio Francesco Rizzo che in qualità di pubblico ufficiale, per l’accusa, avrebbe attestato l’autenticità di un atto con firma falsificata.

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